Suonando trombe e gran tamburi e corni
La diversa canaglia scende al piano.
Pochi di lor ne avea di ferro adorni,
Chi porta mazze e chi bastoni in mano.
Non se numerariano in cento giorni,
Sì sterminatamente se ne vano.
Ma tutti eran di lor con l'arme indosso
Avanti van correndo a più non posso.
In questo tempo il re Marsilïone
Gionto era quasi al ponto di morire,
Né più se sosteniva ne lo arcione,
Ma già da banda se lasciava gire,
Però che adosso ha il franco re Carlone,
Che ad ambe man non resta di ferire,
E, come io dico, lo travaglia forte,
Che quasi l'ha condutto in su la morte.
Ma, alciando gli occhi, vidde il re Agramante,
Qual giù callando al piano era vicino,
Con tante insegne e con bandiere avante,
Che empìano intorno per ogni confino.
Quando vidde callar gente cotante,
Fasse la croce il figlio di Pepino;
Per meraviglia è quasi sbigotito,
Veggendo il gran trapel di novo uscito.
Il re Marsilio abandonò di saldo,
Per porre altrove l'ordine ed aiuto.
Poco lontano ad esso era Ranaldo,
Che male avea condotto Feraguto.
Benché ancor fosse alla battaglia caldo,
Il brando pur di man gli era caduto;
Or con la mazza ben gran colpi mena,
Ma de la morte se diffende appena.
Ranaldo l'avria morto in veritate,
Come io vi dico, e sempre il soperchiava,
Perché poco estimava sue mazzate,
E de Fusberta a lui spesso toccava.
Tra le percosse orrende e sterminate
Odì re Carlo, che a voce chiamava:
Sì forte lo chiamò lo imperatore,
Che pur intese intra tanto romore.
- Figlio, - cridava il re - figlio mio caro,
Oggi d'esser gagliardo ce bisogna;
Se tosto non se prende un bon riparo,
Noi siam condotti alla ultima vergogna.
Se mai fu giorno doloroso e amaro
Per Montealbano e per tutta Guascogna,
Se la Cristianità debbe perire,
Oggi è quel giorno, o mai non de' venire. -
A questo crido de lo imperatore
Il franco fio de Amon fu rivoltato,
A benché combattesse a gran furore
Con Feraguto, come io vi ho contato,
Il qual de la battaglia avia il peggiore;
E poco gli giovava esser fatato:
Tanto l'avea Ranaldo urtato e pisto,
Che un sì malconzo più non fu mai visto.
E sì fu per affanno indebilito,
Ed avea l'armi sì fiaccate intorno,
Che intrare a nova zuffa non fu ardito,
Ma prese posa insino a l'altro giorno.
Ranaldo al campo lo lasciò stordito,
Tornando a Carlo, il cavalliero adorno,
Che ordinava le schiere a fronte a fronte
Verso Agramante, che discende il monte.
De le schiere ordinate la primiera
Dette il re Carlo a lui, come fu gionto,
Dicendo: - Va via ratto alla costiera,
Ove e nemici giù callano a ponto.
Fa che seco te azuffi a ogni maniera
Nel piè del monte, sì come io ti conto;
Apizza la battaglia al stretto loco,
Ove è quel re che ha in campo nero il foco.
Ora certanamente me divino
Che il re Agramante avrà passato il mare,
Ché quel da tale insegna è re Sobrino:
Ben lo cognosco e so ciò che può fare.
Di certo egli è gagliardo saracino.
Or via, filiolo, e non te indugïare! -
Poi la seconda schiera Carlo dona
Al duca de Arli e al duca di Baiona.