Entrambi son del sangue di Mongrana:
Sigieri il primo, e l'altro ha nome Uberto.
Poscia il re Otone e sua gente soprana
L'altra schiera ebbe sopra al campo aperto.
La quarta, ch'era a questa prossimana,
Governa il re di Frisa, Daniberto;
La quinta poi il re Carlo arriccomanda
A Manibruno, il quale era de Irlanda.
El re di Scozia giù mena la sesta;
La settima governa Carlo Mano.
Or se incomincia il crido e la tempesta.
Gionto alla zuffa è il sir de Montealbano,
Sopra Baiardo, con la lancia a resta:
Tristo qualunche iscontra sopra il piano!
Qual mezo morto de lo arcion trabocca,
Qual come rana per le spalle insprocca.
Rotta la lancia, fuor trasse Fusberta:
Ben vi so dir che spaccia quel cammino.
- Or chi è costui che mia gente diserta, -
Diceva, a lui guardando, il re Sobrino
- Ed ha il leon sbarato alla coperta?
Io non cognosco questo paladino.
Nel gran paese dove Carlo regna,
Mai non viddi colui, né questa insegna.
Ma debbe esser Ranaldo veramente,
Di cui nel mondo se ragiona tanto.
Or provarò se egli è così valente,
Come de lui se dice in ogni canto. -
Nel dir sperona il suo destrier corrente
Quel re che di prodezza ha sì gran vanto;
La lancia rotta avia prima nel piano,
Ma ver Ranaldo vien col brando in mano.
Ranaldo il vidde e, stimandol assai
Per le belle arme e per la appariscenza,
Fra sé diceva: "Odito ho sempre mai
Che il bon vantaggio è di quel che incomenza;
Al mio poter tu non cominciarai,
Ché chi coglie de prima, non va senza."
Così dicendo sopra de la testa
Ad ambe man lo tocca a gran tempesta.
Ma l'elmo che avea in capo era sì fino
Che ponto non fu rotto né diviso,
E nïente se mosse il re Sobrino,
Benché non parve a lui colpo da riso.
Ma già son gionto a l'ultimo confino
Del canto consueto; onde io me aviso
Che alquanto riposar vi fia diletto:
Poi serà il fatto a l'altro canto detto.
Canto trentesimo
Baroni e dame, che ascoltati intorno
Quella prodezza tanto nominata,
Che fa de fama il cavallier adorno
Alla presente etade e alla passata,
Io vengo a ricontarvi in questo giorno
La più fiera battaglia e sterminata,
E la più orrenda e più pericolosa
Che racontasse mai verso né prosa.
Se vi amentati bene, aveti odito
Ove sia questa guerra e tra qual gente,
E come il re Sobrin fosse ferito
Dal pro' Ranaldo in su l'elmo lucente;
Ma tanto era feroce il vecchio ardito,
Che mostrava di ciò curar nïente;
E vòlto contra il sir de Montealbano
Sopra la fronte il colse ad ambe mano.
Ranaldo a lui rispose con ruina,
E tra lor duo se cominciò gran zuffa;
Ma l'una schiera e l'altra se avicina,
E tutti se meschiarno alla baruffa.
Benché sia più la gente saracina,
Ciascun cristian dua tanta ne ribuffa:
Grande è il romor, orribile e feroce
Di trombe, di tamburi e de alte voce.