Di qua di là le lancie e le bandiere
L'una ver l'altra a furia se ne vano,
E quando insieme se incontrâr le schiere
Testa per testa a mezo di quel piano,
Mal va per quei che sono alle frontiere,
Perché alcun scontro non ariva in vano;
Qual con la lancia usbergo e scudo passa,
Qual col destriero a terra se fraccassa.
E tuttavia Ranaldo e il re Sobrino
L'un sopra a l'altro gran colpi rimena,
Benché ha disavantaggio il saracino,
E dalla morte se diffende apena.
Ecco gionto alla zuffa Martasino,
Quello orgoglioso che ha cotanta lena;
E Bambirago è seco, e Farurante,
E Marbalusto, il quale era gigante.
Alzirdo e il re Grifaldo viene apresso,
Argosto di Marmonda e Pulïano;
Tardoco e Mirabaldo era con esso,
Barolango, Arugalte e Cardorano,
Gualciotto, che ogni male avria commesso,
E Dudrinasso, il perfido pagano.
De quindeci ch'io conto, vi prometto,
Stasera non andrà ben cinque a letto.
Se non vien men Fusberta e Durindana,
Non vi andranno, se non vi son portati,
Ma restaranno in su la terra piana,
Morti e destrutti e per pezzi tagliati.
Ora torniamo alla gente africana
E a questi re, che al campo sono entrati
Con tal romore e crido sì diverso,
Che par che il celo e il mondo sia sumerso.
La prima schiera, qual menò Ranaldo,
Che avea settanta miglia di Guasconi,
Fu consumata da costor di saldo,
E cavallier sconfitti con pedoni.
Così come le mosche al tempo caldo,
O ne l'antiqua quercia e formigoni,
Tal era a remirar quella canaglia
Senza numero alcuno alla battaglia.
Ma de quei re ciascun somiglia un drago
Adosso a' nostri; ogniom taglia e percote,
E sopra a tutti Martasino è vago
De abatter gente e far le selle vote;
E così Marbalusto e Bambirago
Al campo di costui seguon le note,
E gli altri tutti ancor senza pietate
Pongono i nostri al taglio de le spate.
Il crido è grande, i pianti e la ruina
Di nostra gente morta con fraccasso,
Crescendo ognior la folta saracina,
Che giù del monte vien correndo al basso.
Re Farurante mai non se raffina;
Grifaldo, Alzirdo, Argosto e Dudrinasso,
Tardoco, Bardarico e Pulïano
Senza rispetto tagliano a due mano.
Ranaldo, combattendo tutta fiata
Contra a Sobrino, il quale avea il peggiore,
Veduta ebbe sua gente sbaratata,
Onde ne prese gran disdegno al core,
E lascia la battaglia cominciata,
Battendo e denti de ira e de furore.
Stati per Dio, segnori, attenti un poco,
Ché or da dovere si comincia il gioco.
Battendo e denti se ne va Ranaldo,
Gli omini e l'arme taglia d'ogni banda;
Ove è il zambello più fervente e caldo
Urta Baiardo e a Dio si racomanda.
Il primo che trovò fu Mirabaldo,
In duo cavezzi fuor d'arcione il manda;
Tanto fu il colpo grande oltra misura,
Che per traverso il fesse alla centura.
Questo veggendo Argosto di Marmonda
Divenne in faccia freddo come un gelo,
Mirando quel per forza sì profonda
Tagliar quest'altri come fosse un pelo.
Ranaldo ce gli mena alla seconda,
Facendo squarzi andare insino al celo;
Cimieri e sopraveste e gran pennoni
Volan per l'aria a guisa de falconi.