Di teste fesse e di busti tagliati,
Di gambe e braccie è la terra coperta,
E' Saracini in rotta rivoltati
Fuggendo e ansando con la bocca aperta;
Né puon cridar, tanto erano affrezzati.
Sempre Ranaldo tocca di Fusberta,
Facendo di costor pezzi da cane:
Tristo colui che là oltra rimane!
Sì come Argosto, che in dietro rimase,
E Ranaldo il ferì con gran possanza,
E sino in su l'arcione il partì quase:
Tre dita non se tenìa della panza.
E quelle genti perfide e malvase
Chi getta l'arco e chi getta la lanza,
E chi lascia la tarca e chi il bastone,
Tutti fuggendo a gran confusïone.
Combatte in altra parte Martasino,
Che ha per cimiero un capo de grifone,
E sotto a quello uno elmo tanto fino,
Che non teme di brando offensïone.
Costui, veggendo per quel gran polvino
Sua gente persa e la destruzïone
Che fa tra loro il sir di Montealbano,
Là s'abandona con la spada in mano.
Gionse a Ranaldo dal sinistro lato
E ne l'elmo il ferì de un manriverso;
Quasi stordito lo mandò nel prato,
Tanto fu il colpo orribile e diverso.
Tardoco ancor di novo era arivato,
E Bardarico gionse di traverso
Con Marbalusto, che è sì grande e grosso;
Ciascun tocca Ranaldo a più non posso.
Lui da cotanti se diffende apena,
Sì spesso del colpire è la tempesta;
Ciascun de questi quattro è di gran lena,
Né l'un per l'altro di ferir se arresta.
Ranaldo irato a Bardarico mena,
E colse de Fusberta ne la testa,
E fesse l'elmo e la barbuta e 'l scudo:
A mezo il petto andò quel colpo crudo.
Ma lui gionse ne l'elmo Marbalusto,
Il qual portava in mano un gran bastone,
Che avea ferrato tutto intorno il fusto;
Lui gionse ne la testa il fio de Amone.
Cotanta forza ha quel pagan robusto,
Che quasi lo gettò fuor de lo arcione;
Già tutto da quel canto era piegato,
Ma Tardoco il ferì da l'altro lato.
Tardoco, il re de Alzerbe, il tiene in sella,
Ferendo, come io dico, a l'altro canto,
E Martasino adosso gli martella,
Ed il cimier gli ruppe tutto quanto.
E mentre che Ranaldo stava in quella,
Il popol de' Pagan, che era cotanto,
Da Grifaldo guidato e Dudrinasso,
Di novo i nostri posero in fraccasso.
Tanta la gente sopra a' nostri abonda,
Che non vi val diffesa a ogni maniera,
A benché alcun però non se nasconda.
Ma tutta consumata è quella schiera,
Onde al soccorso mosse la seconda,
Che alle baruffe entrò ben volentiera;
Né soi megliori aveva il re de Francia
Di questi dui, de ardire e di possancia:
Del duca d'Arli, dico, il bon Sigieri,
E 'l bono Uberto, duca di Baiona,
Usi in battaglia e franchi cavallieri;
E l'uno e l'altro avea forte persona.
Via se ne vanno al par de bon guerrieri,
De arme e de cridi il cel tutto risuona.
E par che 'l mondo seco se comova;
Or la battaglia al campo se rinova.
Uberto se incontrò col re Grifaldo,
Sigiero e Dudrinasso l'africante;
Uscîr d'arcione e duo pagan di saldo,
Voltando verso il celo ambe le piante.
Vicino a questo loco era Ranaldo,
Qual combattendo, come io dissi avante,
Con quei pagan, condutto era a mal porto,
Benché de' quattro Bardarico ha morto.