Pur sempre il re Tardoco e Martasino
E quel gigante il quale è re de Orano
Toccano adosso al nostro paladino,
L'un col bastone e' duo col brando in mano.
Ora Sigieri, essendo là vicino,
Presto cognobbe il sir de Montealbano,
E là per dargli aiuto se abandona:
A tutta briglia il suo destrier sperona.

E mena al re Tardoco in prima gionta,
E tra lor duo se cominciò la danza,
Con gran percosse di taglio e di ponta.
Ma pur Sigieri il saracino avanza,
Come Turpino al libro ce raconta;
Al fin gli messe il brando per la panza,
E le rene forò sotto al gallone,
Via più de un palmo passò ancor l'arcione.

Né avendo ancora il brando rïavuto,
Ché forte ne l'arcione era inclinato,
Per voler dare al re Tardoco aiuto
Aponto Martasino era voltato;
Ma, poi che il vidde a quel caso venuto,
Che il freno aveva e il brando abandonato,
Sopra a Sigieri un colpo orrendo lassa,
E la barbuta e l'elmo gli fraccassa.

Tanta possanza avea quel maledetto,
Che per la fronte gli partì la faccia,
E 'l collo aperse e giù divise il petto,
Ché non vi valse usbergo né coraccia.
Or bene ebbe Ranaldo un gran dispetto,
E con Fusberta adosso a lui se caccia:
Dico Ranaldo adosso a Martasino
Lascia un gran colpo in su l'elmo acciarino.

Forte era l'elmo, come aveti odito,
E per quel colpo ponto non se mosse,
Ma rimase il pagano imbalordito,
Ché la barbuta al mento se percosse,
E stette un quarto de ora a quel partito,
Che non sapeva in qual mondo se fosse;
E, mentre che in tal caso fa dimora,
Re Marbalusto col baston lavora.

Ad ambe mano alzò la grossa maccia,
E sopra al fio de Amon con furia calla;
Ranaldo a lui rimena, non minaccia,
Con sua Fusberta che giamai non falla.
Meza la barba gli tolse di faccia,
Ché la masella pose in su la spalla,
Né elmo o barbuta lo diffese ponto,
Ché 'l viso gli tagliò, come io vi conto.

Smarito di quel colpo il saracino
Subitamente se pose a fuggire,
E ritrovò nel campo il re Sobrino,
Qual, veggendo costui in tal martìre,
- Ove è, - cridava - dove è Martasino,
E Bardarico, che ebbe tanto ardire?
Ov'è Tardoco, il giovane mal scorto?
So che Ranaldo ogniun di loro ha morto.

Non fu dato credenza al mio parlare;
Da Rodamonte apena me diffese,
Quando a Biserta io presi a racontare
La possanza di Carlo in suo paese.
Se io dissi veritate ora si pare,
Ché faciamo la prova a nostre spese;
Or fuggi tu, dapoi che ti bisogna,
Ché qua voglio io morir senza vergogna. -

Così dicendo quel crudo vecchiardo
Via va correndo e Marbalusto lassa;
Tagliando e nostri senza alcun riguardo
E sempre dissipando avanti passa.
Da ciascun canto quel pagan gagliardo
Destrieri insieme ed omini fraccassa.
E ne lo andare il forte saracino
Trovò Ranaldo a fronte e Martasino.

Perché, dapoi che in sé fu rivenuto,
Fu con Ranaldo di novo alle mano,
Ma certamente gli bisogna aiuto,
Ché male il tratta il sir de Montealbano.
Come Sobrino il fatto ebbe veduto,
Cridava, essendo alquanto anco lontano:
- Ove son le prodezze e l'arroganze
Che dimostravi in Africa di zanze?