Già gli altri saracin, che prima ascosi
Per la tema de Orlando eran fuggiti,
Or più che mai ritornano animosi,
E sopra al campo se mostrano arditi.
Rugier fa colpi sì meravigliosi,
Che quasi sono e nostri sbigotiti,
Né posson contrastare a tanta possa;
La gente a le sue spalle ognior se ingrossa.

Però che 'l re Agramante e Martasino
Dopo Rugiero entrarno al gran zambello,
Mordante e Barigano e 'l re Sobrino,
Atalante il mal vecchio e Dardinello,
Mulabuferso, il franco saracino;
E dietro a tutti stava il re Brunello,
Benché conforta ogniom che avanti vada,
Per governar qualcosa che gli cada.

Rugier davanti fa sì larga straza
Che non bisogna a lor troppa possancia,
Né fuor del fodro ancor la spada caza,
Però che resta integra la sua lancia.
Ben vi so dir che Carlo oggi tramaza,
E fia sconfitta la corte di Francia.
Ma non posso al presente tanto peso:
Nel terzo libro lo porrò disteso.

Prima vi vo' contar quel che avenisse
Del conte Orlando, il quale avea seguito
Quel falso incanto, sì come io vi disse,
Ove sembrava Carlo a mal partito.
Parea che avanti a lui ciascun fuggisse
Tremando di paura e sbigotito,
Sin che fôr gionti al mare in su l'arena,
Poco lontani alla selva de Ardena.

Di verde lauro quivi era un boschetto
Cinto d'intorno de acqua di fontana,
Ove disparve il popol maledetto:
Tutto andò in fumo, come cosa vana.
Ben se stupitte il conte, vi prometto,
Per quella meraviglia tanto istrana,
E sete avendo per la gran calura,
Entrò nel bosco in sua mala ventura.

Come fu dentro, scese Brigliadoro
Per bere al fonte che davanti appare;
Poi che legato l'ebbe ad uno alloro,
Chinosse in su la ripa a l'onde chiare.
Dentro a quell'acqua vidde un bel lavoro,
Che tutto intento lo trasse a mirare:
Là dentro de cristallo era una stanza
Piena di dame: e chi suona, e chi danza.

Le vaghe dame danzavano intorno,
Cantando insieme con voce amorose,
Nel bel palagio de cristallo adorno,
Scolpito ad oro e pietre prezïose.
Già se chinava a l'occidente il giorno,
Alor che Orlando al tutto se dispose
Vedere il fin di tanta meraviglia,
Né più vi pensa e più non se consiglia;

Ma dentro a l'acqua sì come era armato
Gettossi e presto gionse insino al fondo,
E là trovosse in piede, ad un bel prato:
Il più fiorito mai non vidde il mondo.
Verso il palagio il conte fu invïato,
Ed era già nel cor tanto giocondo,
Che per letizia s'amentava poco
Perché fosse qua gionto e di qual loco.

A lui davante è una porta patente,
Qual d'oro è fabricata e di zafiro,
Ove entrò il conte con faccia ridente,
Danzando a lui le dame atorno in giro.
Mentre che io canto, non posa la mente,
Ché gionto sono al fine, e non vi miro;
A questo libro è già la lena tolta:
Il terzo ascoltareti un'altra volta.

Alor con rime elette e miglior versi
Farò battaglie e amor tutto di foco;
Non seran sempre e tempi sì diversi
Che mi tragan la mente di suo loco;
Ma nel presente e canti miei son persi,
E porvi ogni pensier mi giova poco:
Sentendo Italia de lamenti piena,
Non che or canti, ma sospiro apena.