Quello ardito baron senza pensare
L'arme se pose adosso tutte quante.
Preso è il destriero e, via volendo andare,
Subito un foco a lui sorse davante.
Nel pino prima si ebbe a divampare,
E, quello acceso sin sotto le piante,
Per ogni lato il foco se trabocca,
Ma sol la fonte e il pavaglion non tocca.
Gli arbori e l'erbe e pietre di quel loco
Tutte avamparno a gran confusïone;
La fiamma cresce intorno a poco a poco,
Tanto che dentro chiuse quel barone.
A lui se aventa lo incantato foco
Ne l'elmo, el scudo, ed ogni guarnisone,
E lo usbergo de acciaro e piastre e maglia
Gli ardeano a cerco, come arida paglia.
El cavallier per cosa tanto istrana
Lo usato orgoglio ponto non abassa;
Smonta de arcion quella anima soprana,
Per mezo il foco via correndo passa.
Come fu gionto sopra alla fontana,
Dentro vi salta e al fondo andar si lassa;
Né più potea campare ad altra guisa:
Arso era tutto insino alla camisa.
Ché, come io dissi, e piastre e maglia e scudo
Gli ardeano atorno come foco di esca;
Arse la giuppa, e lui rimase ignudo
Sì come nacque, in mezo a l'onda fresca;
E mentre che a diletto il baron drudo
Per la bella acqua se solaccia e pesca,
Parendo ad esso uscito esser de impaccio,
Ad una dama se ritrova in braccio.
Era la fonte tutta lavorata
Di marmo verde, rosso, azurro e giallo
E l'acqua tanto chiara e riposata,
Che traspareva a guisa de cristallo;
Onde la dama che entro era spogliata,
Così mostrava aperto senza fallo
Le poppe e il petto e ogni minimo pelo,
Come de intorno avesse un sotil velo.
Questa ricolse in braccio quel barone,
Basandoli la bocca alcuna fiata,
E disse ad esso: - Voi seti pregione,
Come molti altri, al Fonte de la Fata;
Ma, se sereti prodo campïone,
Cotanta gente fia per voi campata,
Tanti altri cavallieri e damigelle,
Che vostra fama passarà le stelle.
Perché intendiati il fatto a passo a passo,
Fece una fata ad arte la fontana,
Che tanti cavallieri ha posti al basso,
Che nol potria contar la gente umana.
Quivi pregione è il forte re Gradasso,
Quale è segnor di tutta Sericana;
Di là da la India grande è il suo paese:
Tanto è potente, e pur non se diffese!
Seco pregione è il nobile Aquilante
E lo ardito Grifon, che è suo germano,
Ed altri cavallieri e dame tante,
Che a numerarli me affatico invano.
Oltre a quel poggio che vedeti avante,
Edificato è un bel castello al piano,
Ove rinchiuse dentro ha quella fata
L'arme di Ettorre, e mancavi la spata.
Ettor di Troia, il tanto nominato,
Fu la eccellenzia di cavalleria,
Né mai si trovarà né fu trovato
Chi il pareggiasse in arme o in cortesia.
Ne la sua terra essendo assedïato
Da re settanta ed altra baronia,
Dece anni a gran battaglie e più contese:
Per sua prodezza sol se la difese.
Mentre ch'egli ebbe il grande assedio intorno,
Se può donar tra gli altri unico vanto
Che trenta ne sconfisse in un sol giorno,
Che de battaglia avea mandato il guanto;
Poi d'ogni altra virtù fu tanto adorno,
Che il par non ebbe il mondo tutto quanto,
Né il più bel cavallier, né il più gentile;
A tradimento poi lo occise Achile.