Come fu morto, andò tutta a roina
Troia la grande e consumosse in foco.
Or dir vi vo' di sua armatura fina
Come se trovi adesso in questo loco.
Prima la spata prese una regina
Pantasilea nomata; e in tempo poco,
Essendo occisa in guerra, perse il brando;
Poi l'ebbe Almonte; adesso il tiene Orlando.

Tal spata Durindana è nominata
(Non so se mai la odesti racordare),
Che sopra a tutti e brandi vien lodata.
Or de l'altre arme vi voglio contare.
Poi che fu Troia tutta dissipata,
Gente da quella se partì per mare
Sotto un lor duca nominato Enea;
Lui tutte l'arme eccetto il brando avea.

De Ettorre era parente prossimano
El duca Enea, che avea quella armatura;
E questa fata, per un caso istrano,
Trasse tal duca de disaventura,
Che era condotto a un re malvaggio in mano,
Che 'l tenea chiuso in una sepoltura:
Stimando trar da lui tesoro assai,
Lo tenea chiuso e preso in tanti guai.

La fata con incanto lo disciolse,
Per arte il trasse fuor del monumento,
E per suo premio le belle arme volse,
E il duca de donarle fu contento.
Lei poscia a questo loco se racolse
E fece l'opra de lo incantamento
Onde io vi menarò, quando vi piacia,
E provarò se in core aveti audacia.

Ma quando non ve piaccia de venire
E vinto vi trovati da viltate,
Contro a mia voglia me vi convien dire
Quel che serà di voi la veritate:
In questa fonte vi convien perire,
Come perita vi è gran quantitate;
De quai memoria non serà in eterno,
Ché il corpo è al fondo e l'anima a lo inferno. -

A Mandricardo tal ventura pare
Vera e non vera, sì come si sogna;
Pur rispose alla dama: - Io voglio andare
Ove ti piace e dove mi bisogna;
Ma così ignudo non so che mi fare,
Ché me ritiene alquanto la vergogna. -
Disse la dama: - Non aver pavento,
Ché a questo è fatto bon provedimento. -

E soi capegli a sé sciolse di testa,
Ché ne avea molti la dama ioconda,
Ed abracciato il cavallier con festa
Tutto il coperse de la treccia bionda;
Così, nascosi entrambi di tal vesta,
Uscîr di quella fonte la bella onda,
Né ferno al dipartir lunga tenzone,
Ma insieme a braccio entrarno al pavaglione.

Non lo avea tocco, come io disse, il foco,
Pieno è di fiori e rose damaschine.
Loro a diletto se posarno un poco
Entro un bel letto adorno de cortine.
Già non so dir se fecero altro gioco,
Ché testimonio non ne vide el fine;
Ma pur scrive Turpin verace e giusto
Che il pavaglion crollava intorno al fusto.

Poi che fôr stati un pezo a cotal guisa
Tra fresche rose e fior che mena aprile,
La damigella prese una camisa
Ben perfumata, candida e sotile;
Poi de una giuppa a più color divisa
Di sua man vestì il cavallier gentile;
Calcie gli diè vermiglie e speron d'oro,
Poi lo armò a maglia de sotil lavoro.

Dopo lo arnese lo usbergo brunito
Gli pose in dosso, e cinse il brando al fianco,
E uno elmo a ricche zoie ben guarnito
Li porse e cotta d'arme e scudo bianco;
Indi condusse un gran destriero ardito,
E Mandricardo non parve già stanco,
Né che lo impacci l'arme o guarnisone:
D'un salto armato entrò sopra allo arcione.