Così dicean le dame tutte quante,
E ciascuna nel viso parea morta.
Già Mandricardo non mutò sembiante,
Ché era venuto a posta per tal scorta.
Perché intendiati il tutto, quel gigante
De cui vi dissi, avea rotta la porta,
E del romore e gran confusïone
Che ora vi conto, lui ne era cagione.
Entrò cridando quel dismisurato:
Parean tremar le mura alla sua voce;
De una spoglia di serpe ha il busto armato,
Che spata o lancia ponto non vi nôce.
Portava in mano un gran baston ferrato
Con la catena il malandrin feroce;
In capo avea di ferro un bacinetto,
Nera la barba e grande a mezo il petto.
Quando egli entrava ne la loggia aponto,
Tratto avea Mandricardo il brando apena;
Né stette a calcular la posta o il conto,
Ma nel primo arivare assalta e mena,
Ed ebbe nella cima il baston gionto,
E via tagliò di netto la catena.
Ricopra il colpo e tira un manroverso,
E tagliò tutto il scudo per traverso.
Per questo colpo il gigante adirato
Menò del suo baston, che a due man prese;
E il cavallier de un salto andò da lato,
E ben de gioco a quella posta rese;
A ponto gionse dove avea segnato,
Sotto al ginocchio, al fondo de lo arnese,
E spezzò quello e le calcie di maglia,
Sì che le gambe ad un colpo gli taglia.
Quel cade a terra. A voi lascio pensare
Se le donzelle ne menavon festa.
Più Mandricardo nol volse toccare,
Onde un sergente li partì la testa.
Fuor del palagio il fecer trasinare,
E longi il sepellirno alla foresta;
Le gambe gettâr seco in quella fossa:
Di lui più mai non si parlò da possa.
Come se stato mai non fosse al mondo,
Di lui più non si fa ragionamento.
Le dame cominciarno un ballo in tondo,
Suonando a fiato, a corde ogni instromento,
Con voci vive e canto sì iocondo,
Che ciascun qual ne avesse intendimento,
Essendo poco a quel giardin diviso,
Giurato avria là dentro il paradiso.
Così durando il festeggiar tra loro,
Bona parte di notte era passata,
E stando incerco come a consistoro,
Venne di dame una nova brigata:
Chi ha frutti, chi confetti e coppe d'oro,
E ciascuna fu presto ingenocchiata,
E la dama cortese e il cavalliero
Se renfrescarno senza altro pensiero.
De bianche torze vi è molto splendore,
E girno a riposar senza sospetti.
Parate eran le zambre a grande onore
De fina seta e bianchissimi letti;
Rame de aranci intorno a molto odore,
E per quei rami stavano ocelletti,
Che a' lumi accesi se levarno a volo.
Ma qua non stette il cavallier lui solo,
Perché una dama il rimase a servire
De ciò che chieder seppe, più ni meno.
La notte ivi ebbe assai che fare e dire,
Ma più ne avrà nel bel giorno sereno,
Come tornando potereti odire
Lo orrendo canto e di spavento pieno,
Che il maggior fatto mai non fo sentito.
Addio, segnori: il canto è qui finito.
Canto secondo