Il sol, de raggi d'oro incoronato,
Trasse il bel viso fuor de la marina,
E il cel depinto di color rosato
Già nascondea la stella matutina;
Sentiasi entro il palagio in ogni lato
Cantar la rondinella peregrina,
E li augelletti nel giardino intorno
Facean bei versi a lo apparir del giorno;

Quando dal sonno Mandricardo sciolto
Uscì di zambra e nel prato discese;
Ad una fonte renfrescosse il volto,
E prestamente se vestì lo arnese.
Combiato avendo da le dame tolto,
Là dove era venuto, il camin prese,
E quella dama che l'avea guidato,
Non l'abandona e sempre gli è da lato.

Ragionando con seco tuttavia
De arme e de amore e cose dilettose,
Lo ricondusse in quella prataria
Ove eran l'opre sì maravigliose.
Lo alto edificio avanti se vedia,
Candido tutto a pietre luminose,
Con torre e merli, a guisa di castello:
Mai vide al mondo un altro tanto bello.

Un quarto avea de miglio ad ogni fronte,
Ed era quadro aponto di misura;
Dritto a levante avea la porta e il ponte,
Ove se puote entrar senza paura:
Ma come ariva cavalliero o conte
Sopra alla soglia dell'entrata, giura
Con perfetta leanza e dritta fede
Toccar quel scudo che davante vede.

Posto è il bel scudo in mezo a la gran piaza,
A ricontarvi el come non dimoro;
Avea la corte intorno ad ogni faza
Logie dipinte con sotil lavoro;
Gran gente era ritratta ad una caza,
E un gentil damigello era tra loro:
Più bel di lui tra tutti non si vede,
Ed avea scritto al capo: 'Ganimede.'

Tutta la istoria sua vi era ritratta
Di ponto in ponto, che nulla vi manca:
Come, cacciando alla selva disfatta,
Lo portò sino al cel l'acquila bianca,
Qual poi sempre fo insegna di sua schiatta,
Sino al giorno che Ettòr, l'anima franca,
Occiso fu nel campo a tradimento;
Cangiò Priamo e l'arme e il vestimento.

L'acquila prima avea bianche le piume,
Ché candida dal celo era mandata;
Ma poi che Troia fie' de pianti un fiume,
Ne la crudele e misera giornata
Quando fu morto Ettorre, il suo gran lume,
La lieta insegna allor fu tramutata:
Per somigliarse a sua scura fortuna,
L'acquila bianca travestirno a bruna.

Benché el scudo d'Ettòr, che io vi ho contato,
Quale era posto in mezo alla gran corte,
Non era in parte alcuna tramutato;
Ma tal quale il portava il baron forte,
Ad un pilastro d'oro era chiavato,
Ed avea scritto sopra in lettre scorte:
' Se un altro Ettòr non sei, non mi toccare:
Chi me portò, non ebbe al mondo pare.'

Di quel color che mostra il cel sereno
Avea il scudo, ch'io dico, appariscenzia.
La dama dismontò del palafreno
E fece in su la terra riverenzia,
E Mandricardo fece più né meno;
Poi passò dentro senza resistenzia.
Essendo gionto in mezo a quel bel loco,
Trasse la spada e toccò el scudo un poco.

Come fu tocco il scudo con la spada,
Tremò de intorno tutto il territoro,
Con tal romor che par che il mondo cada;
Indi se aperse il campo del tesoro.
Questo era un campo folto de una biada
Che avea tutte le paglie e spiche de oro:
Quel campo se mostrò senza dimora
Per una porta che se aperse alora.