Ma l'altra da levante, ove era entrato
Il cavallier, se chiuse tutta quanta.
La dama disse a lui: - Baron pregiato,
Uscir de quindi alcun mai non se vanta,
Se la biada che vedi in ogni lato,
Prima non tagli, e se la verde pianta
Qual vedi in mezo a quel campo felice,
Prima non schianti in fin dalla radice. -
E Mandricardo senza altro pensare
Entrò nel campo con la spada in mano,
E, cominciando la biada a tagliare,
Lo incanto apparve ben palese e piano;
Ché ogni granetto se ebbe a tramutare
In diverso animale orrendo e strano,
Or leonza, or pantera, ora alicorno:
Al baron tutti se aventarno intorno.
Come cadeva il grano in su la terra,
In diverso animal se tramutava;
Per tutto intorno Mandricardo serra,
E sua prodezza poco gli giovava,
Ché non se vidde mai sì strana guerra.
La folta sempre più multiplicava
De lupi, de leoni e porci ed orsi:
Qual con graffi lo assalta, e qual con morsi.
Durando aspra e crudel quella contesa
Quasi era posto il cavalliero al basso,
E restava perdente de la impresa,
Tanto era de le fiere il gran fracasso;
Né potendo più quasi aver diffesa,
Chinosse a terra e prese in mano un sasso.
Quel sasso era fatato; e non sapea
Già Mandricardo la virtù che avea.
Questa pietra ch'io dico, avea segnali
Verdi, vermigli, bianchi, azuri e de oro,
E, come tratta fu tra gli animali,
Tra quelli apportò zuffa e gran martoro;
Perché e tauri selvatici e' cingiali
E l'altre bestie cominciâr tra loro
Sì gran battaglia e morsi aspri e diversi,
Che in poco d'ora fôr tutti dispersi.
Le bestie fôr disperse in poco de ora,
Ché l'una occise l'altra incontinente;
E Mandricardo non fece dimora,
Ché a ciò che far conviene, avia la mente.
L'altra aventura vi restava ancora,
Dico la pianta lunga ed eminente,
Che ha mille rami, e ogni ramo è fiorito;
A quella presto il cavalliero è gito.
Di tutta forza al tronco s'abbracciava,
E pone a radicarla ogni vigore,
Ma dibattendo forte la crollava,
Onde a ogni foglia si spiccava il fiore,
E giù cadendo per l'aria volava.
Odeti se mai fu cosa maggiore:
Cadendo foglie e fiori a gran fusone,
Qual corbo diveniva, e qual falcone.
Astori, aquile e guffi e barbagianni
Con seco cominciarno a far battaglia;
A benché non potean stracciarli e panni,
Ché armato è il cavalliero a piastre e maglia,
Pur eran tanti, che davano affanni
D'intorno a gli occhi e sì fatta travaglia,
Che non potea fornire il suo lavoro
De trare il tronco alle radice d'oro.
Ma come quel che avea molto ardimento,
Non teme impaccio e la forza radoppia,
Sì che in fin la divelse a grave istento,
E nel stirparla parbe tuon che scoppia.
Con orribil romore uscitte un vento,
E tutti quelli ocelli a l'aria soffia:
Il vento uscitte, come Turpin dice,
Dal buco proprio ove era la radice.
For di quel buco il gran vento rimbomba
Gettando con romor le pietre in sue
Come fossero uscite de una fromba;
E riguardando il cavallier là giue,
Vide una serpe uscir di quella tomba;
Indi li parbe non una, ma due,
Poi più de sei e più de otto le crede,
Cotante code invilupate vede.