Or, perché sia la cosa manifesta,
Era la serpe di quel buco uscita,
Quale avea solo un busto ed una testa,
Ma dietro in dece code era partita;
E Mandricardo ponto non se arresta,
Ché volea sua ventura aver finita;
Col brando in mano alla serpe se accosta,
E il primo colpo a mezo il collo aposta.

Ben gionse il tratto dove era apostato,
Dietro alla testa, a ponto nella coppa;
Ma quel serpente aveva il coio fatato.
Sì come un scoglio al legno che se intoppa,
Adosso al cavallier se fu lanciato;
E con due code alle gambe lo agroppa,
Con altre il busto e con altre le braccia,
Sì che legato a forza in terra il caccia.

Lungo ha il drago il mostaccio e il dente bianco,
E l'occhio par un foco che riluca;
Con quello azaffa il cavalliero al fianco,
La piastra come pasta se manduca.
Lui se rivolge assai, ben che sia stanco,
E rivolgendo cade in quella buca
Ove uscia quel gran vento oltre misura:
Non è da dimandar s'egli ha paura.

Ma sua ventura nel cader fu questa,
Ché in altro modo da la morte è preso:
Cadendo nel profondo con tempesta,
Fiaccò il capo al serpente col suo peso,
Sì che schiantar gli fie' gli occhi di testa,
Onde se sciolse e tutto s'è disteso;
Dibattendo le code tutte quante,
Rimase a terra morto in uno istante.

Morto il serpente, or guarda il cavalliero
La scura grotta de sopra e de intorno
(Lucea un carbonchio a guisa de doppiero,
Qual rendea lume come il sole al giorno):
La tomba era de un sasso tutto intiero,
Ma quello era coperto e tanto adorno
De ambra e corallo e de argento brunito,
Che non si vede di quel sasso un dito.

Avea nel mezo un palco edificato,
De uno avorio bianchissimo e perfetto,
E sopra un drapo azuro ad ôr stellato,
Posto come dossiero o capoletto.
Parea là sopra un cavalliero armato,
Che se posasse senza altro sospetto:
Parea, dico, e non vi era; ogniom ben note:
Sol vi eran l'arme, e dentro eran poi vote.

Queste arme fôr de la franca persona
Che viene al mondo tanto racordata,
De Ettor, dico io, che ben fu la corona
De ogni virtute al mondo apregïata.
Sua guarnison, di cui mo se ragiona,
Priva è del scuto e priva de la spata.
Ove stia il scuto, poco su se spiana;
La spata ha Orlando, e quella è Durindana.

Forbite eran le piastre e luminose,
Che apena soffre l'occhio di vederle,
Frissate ad oro e pietre prezïose,
Con rubini e smiraldi e grosse perle.
Mandricardo ha le voglie disïose,
Mille anni a lui pare de indosso averle;
Guarda ogni arnese e lo usbergo d'intorno,
Ma sopra a tutto l'elmo tanto adorno.

Questo avea de oro alla cima un leone,
Con un breve d'argento entro una zampa;
Di sotto a quel pur d'oro era il torchione,
Con vinti sei fermagli de una stampa;
Ma dritto nella fronte avea il carbone,
Qual reluceva a guisa de una lampa.
E facea lume, com'è sua natura,
Per ogni canto de la grotta oscura.

Mentre che il cavallier stava a mirare
L'arme, che eran mirande senza fallo,
Sentì dietro alle spalle risuonare
Ne lo aprir de una porta di metallo.
Voltosse, e vidde a sé più dame intrare,
Che a copia ne venian menando un ballo,
Vestite a nova gala e strane zacare,
Suonando dietro a lor zuffoli e gnacare.