Quivi m'ha posto il re di Circasia,
Perch'io non lasci alcuno oltra passare;
Ché sopra al scoglio sta una fera ria,
Anci un gran mostro se debbe appellare,
Che a ciascadun che passa in questa via,
Ciò che dimanda, suole indivinare;
Ma poi bisogna che anco egli indivina
Quel che la dice, o che qua giù il roina. -
Orlando del fanciullo adimandone:
Rispose averlo e volerlo tenire;
Onde per questo fu la questïone,
E cominciorno l'un l'altro a ferire.
Questo ha la spada, e quell'altro il bastone:
Ad un ad un non voglio i colpi dire.
Al fine Orlando tanto l'ha percosso,
Che quel si rese e disse: - Più non posso. -
Così riscosse Orlando il giovanetto,
E ritornollo al padre lacrimoso.
Trasse il palmiero un drappo bianco e netto,
Che nella tasca tenìa nascoso.
Di questo fuor sviluppa un bel libretto,
Coperto ad oro e smalto luminoso;
Poi volto a Orlando disse: - Sir compiuto,
Sempre in mia vita ti serò tenuto.
E s'io volessi te remeritare,
Non bastarebbe mia possanza umana.
Questo libretto voglilo accettare,
Che è de virtù mirabile e soprana,
Perché ogni dubbioso ragionare
Su queste carte si dichiara e spiana. -
E, donatogli il libro, disse: - Addio! -
E molto allegro da lui se partio.
Orlando s'arestò col libro in mano,
E fra se stesso comincia a pensare;
Mirando al scoglio che è cotanto altano,
Ad ogni modo in cima vôl montare,
E vôl veder quel mostro tanto istrano,
Che ogni dimanda sapea indivinare.
E sol per questo volea far la prova,
Per saper dove Angelica si trova.
Passa nel ponte con vista sicura,
Ché già non lo divieta quel gigante.
Egli ha provata Durindana dura,
Dàgli la strata: Orlando passa avante.
Per una tomba tenebrosa e oscura
Monta alla cima quel baron aitante,
Dove, entro a un sasso rotto per traverso,
Stava quel mostro orribile e diverso.
Avea crin d'oro e la faccia ridente
Come donzella, e petto di lione,
Ma in bocca avea di lupo ogni suo dente,
Le braccie d'orso e branche di grifone,
E busto e corpo e coda di serpente;
L'ale depinte avea come pavone.
Sempre battendo la coda lavora,
Con essa e sassi e il forte monte fora.
Quando quel mostro vede il cavalliero,
Distese l'ale e la coda coperse:
Altro che il viso non mostrava intiero.
La pietra sotto lui tutta se aperse.
Orlando disse a lui con viso fiero:
- Tra le provenze e le lingue diverse,
Dal freddo al caldo e da sira a l'aurora,
Dimmi ove adesso Angelica dimora. -
Dolce parlando, la maligna fiera
Così risponde a quel che Orlando chiede:
- Quella per cui tua mente se dispera,
Presso al Cataio in Albraca si vede.
Ma tu respondi ancora a mia manera:
Qual animal passeggia senza piede?
E poi qual altro al mondo se ritrova,
Che con quattro, dui, tre de andar se prova? -
Pensa Orlando alla dimanda strana,
Né sa di quella punto sviluppare:
Senza dire altro trasse Durindana.
Quella comincia intorno a lui volare;
Or lo ferisce tutta subitana,
Or lo minaccia e fallo intorno andare,
Or di coda lo batte, or dello ungione:
Ben li è mistiero aver sua fatasone.