Che se non fosse lui stato afatato,
Come era tutto, il cavalliero eletto,
Ben cento volte l'arebbe passato,
D'avanti a dietro, e dalle spalle al petto.
Quando fu Orlando assai ben regirato,
L'ira li monta e crescegli il dispetto;
Adocchia il tempo e, quando quella cala,
Piglia un gran salto, e gionsela ne l'ala.
Cridando il crudel mostro cade a terra;
Longe d'intorno fu quel crido odito.
Le gambe a Orlando con la coda afferra,
E con le branche il scudo li ha gremito.
Ma presto fu finita questa guerra,
Perché nel ventre Orlando l'ha ferito;
Poi che de intorno a sé l'ebbe spiccato,
Giù di quel scoglio lo trabucca al prato.
Smonta la ripa e prende il suo destriero,
Forte camina, come inamorato;
E cavalcando li venne in pensiero
De ciò che il mostro l'avea dimandato.
Tornagli a mente il libro del palmiero,
E fra sé disse: "Io fui ben smemorato!
Senza battaglia potea satisfare.
Ma così piacque a Dio che avesse andare."
E guardando nel libro, pone cura
Quel che disse la fera indivinare;
Vede il vecchio marino e sua natura,
Che con l'ale che nota, ha a passeggiare;
Poi vede che l'umana creatura
In quattro piedi comincia ad andare,
E poi con duo, quando non va carpone;
Tre n'ha poi vecchio, contando il bastone.
Leggendo il libro gionse a una rivera
De una acqua negra, orribile e profonda.
Passar non puote per nulla maniera,
Ché derupata è l'una e l'altra sponda.
Lui de trovare il varco pur se spera,
E, cavalcando il fiume alla seconda,
Vede un gran ponte e un gigante che guarda:
Vassene Orlando a lui, ché già non tarda.
Come 'l gigante il vide, prese a dire:
- Misero cavallier! Malvagia sorte
Fu quella che ti fece qui venire.
Sappi che questo è il Ponte della Morte;
Né più di qui ti potresti partire,
Perché son strate inviluppate e torte,
Che pur al fiume te menan d'ogniora:
Convien che un di noi doi sul ponte mora. -
Questo gigante che guardava il ponte,
Fu nominato Zambardo il robusto:
Più de duo piedi avea larga la fronte,
Ed a proporzïon poi l'altro busto.
Armato proprio rasembrava un monte,
E tenea in man di ferro un grosso fusto;
Dal fusto uscivan poi cinque catene,
Ciascuna una pallotta in cima tiene:
Ogni pallotta vinte libbre pesa.
Da capo a piede è di un serpente armato,
Di piastre e maglia, a fare ogni diffesa;
La simitara avea dal manco lato.
Ma, quel che è peggio, una rete ha distesa,
Perché, quando alcun l'abbia contrastato,
Ed abbia ardire e forza a meraviglia,
Con la rete di ferro al fine il piglia.
E questa rete non si può vedere,
Perché coperta è tutta ne l'arena;
Lui col piede la scocca a suo piacere,
E il cavallier con quella al fiume mena.
Rimedio non si pote a questo avere;
Qualunche è preso, è morto con gran pena.
Non sa di questa cosa il franco conte:
Smonta il destriero e vien dritto in sul ponte.
Il scudo ha in braccio e Durindana in mano,
Guarda il nemico grande ed aiutante;
Tanto ne cura il senator romano,
Quanto quel fusse un piccoletto infante.
Dura battaglia fu sopra quel piano.
Ma in questo canto più non dico avante,
Ché quello assalto è tanto faticoso,
Che, avendo a dirlo, anch'io chiedo riposo.