Canto terzo

Tra bianche rose e tra vermiglie, e fiori
Diversamente in terra coloriti,
Tra fresche erbette e tra soavi odori
De gli arboscelli a verde rivestiti,
Cantando componea gli antichi onori
De' cavallier sì prodi e tanto arditi,
Che ogni tremenda cosa in tutto il mondo
Fu da lor vinta a forza e posta al fondo;

Quando mi venne a mente che il diletto
Che l'om se prende solo, è mal compiuto.
Però, baroni e dame, a tal cospetto
Per dilettarvi alquanto io son venuto;
E con gran zoia ad ascoltar vi aspetto
L'aspra battaglia de Grifone arguto
E de Aquilante, il tanto apregïato,
La qual lasciai nel canto che è passato.

Contai del cocodrilo in che maniera
Da la torre de Orrilo a furia n'esce.
A meraviglia grande è questa fiera,
Che molto vive e sempre in vita cresce;
Ora sta in terra ed or nella riviera,
Le bestie al campo, a l'acqua prende il pesce;
Fatto è come lacerta, over ramaro,
Ma di grandezza già non sono al paro;

Ché questo è lungo trenta braccia, o piue,
Il dosso ha giallo e maculoso e vario;
La mascella di sopra egli apre in sue,
Ed ogni altro animal fa pel contrario.
Tutta una vacca se ingiottisce, o due,
Ché ha il ventre assai maggior de un grande armario,
E denti ha spessi e lunghi de una spana:
Mai fu nel mondo bestia tanto istrana.

Ora Grifon, che lo vidde venire,
Come detto è di sopra, a tal tempesta,
Mosse con gran possanza e molto ardire
Verso di quello e la sua lancia arresta.
Più bello incontro non se potria dire:
Tra gli occhi il colse, a mezo de la testa.
Grossa era l'asta, e il ferro era pongente,
Ma l'uno e l'altro vi giovò nïente.

Fiaccosse l'asta come una cannuza
E poco fece il ferro alla percossa,
Ché a quella bestia non passò la buza,
Tanto era aspra e callosa e dura e grossa.
Ora apizata è ben la scaramuza,
E la fiera orgogliosa, ad ira mossa,
Aperse la gran bocca; e senza fallo
Integro se il sorbiva esso e 'l cavallo.

Se non che a tempo vi gionse Aquilante,
Che avea già Orilo in due parte tagliato,
E veggendo il germano a sé davante
A tal periglio e quasi devorato,
Mena un gran colpo del brando trinciante
Sopra al mostaccio, che era rilevato.
Fatato è il brando, ed esso avea gran forza,
Ma a quella bestia non taccò la scorza.

Il cocodrilo ad Aquilante volta,
Ma tanto spaventato è il suo destriero
Che già non lo aspettò per quella volta,
Né di aspettarlo gli facea mestiero,
Ché in bocca non gli avria dato una volta,
Ma travalciato in un boccone intiero:
L'omo, il cavallo, l'arme e' paramenti
Giù serian giti e non toccati e denti.

Ma, come io dico, il destriero è smarito,
Fugge correndo e ponto non galoppa;
Quello orrendo animal l'avea seguito,
E quasi il tocca spesso ne la groppa.
Essendogli vicino a men de un dito,
Altro che fare ad Aquilante intoppa,
Ché Orrilo è suscitato e non soggiorna,
Ma con la mazza alla battaglia torna.