Grifon diceva: - Adunque ora si vôle,
Mentre che è il giorno, la spada menare,
Prima che al monte sia nascoso il sole:
Per me la notte non sapria che fare. -
E quasi al mezo di queste parole
Volta ad Orilo e vallo ad afrontare;
Ciascun da dover tocca e non minaccia,
L'un con la spada e l'altro con la maccia.
Molto vi era da far da ciascun lato,
Ché quello a questo e questo a quel menava,
Avenga che Grifone è bene armato,
E di mazzate poco se curava.
Durando la contesa in su quel prato,
Un cavalliero armato vi arivava,
Che avea preso in catena un gran gigante.
Ma di tal cosa più non dico avante.
Ben poi ritornarò, come far soglio,
E questa impresa chiara conterò,
Ché, quando de una cosa è pieno il foglio,
Convien dar loco a l'altra; ed imperò
De Mandricardo racontar vi voglio,
Qual con Gradasso in Franza menerò.
Ma, prima che sian gionti, assai che fare
Avranno entrambi e per terra e per mare.
Partiti da la fata del castello,
Ove l'arme di Ettòr già star suoleano,
Sorìa, Damasco e quel paese bello
Senza travaglia già passato aveano.
Sendo gionti sul mare ad uno ostello,
Perché era tardi aloggiar vi voleano,
Ma quello è aperto ed è disabitato,
Né appar persona intorno in verun lato.
Guardando giuso al lito il re Gradasso,
Verso una ripa a pietre dirocata,
Ove la batte l'onde e il mare al basso
Stava una dama ignuda e scapigliata,
Che era legata con catene al sasso,
Chiedendo morte la disconsolata.
- Morte, - diceva - o tu, morte, me aiuta,
Ché ogn'altra spene è ben per me perduta! -
E cavallier callarno incontinente
Giuso nel fondo di quel gran petrone
Per saper meglio l'aspro conveniente
Di quella dama, e chi fosse cagione;
Ma lei piangeva sì dirottamente,
Ch'e sassi mossi avria a compassïone,
Dicendo a quei baron: - Deh! per pietate
Tagliatime qua tutta con le spate.
E se il celo o fortuna vôl che io pèra,
Per le man de omo almen possa perire,
Né divorata sia da quella fiera,
Ché peggio assai è il strazio che il morire. -
Volean saper la cosa tutta intiera
E duo baron, ma lei non potea dire,
Sì forte in voce singiociva, e tanto
Tra le parole gli abondava il pianto.
E pur dicea piangendo: - Se io mi doglio
Più che io non mostro, n'ho cagione assai.
Se il tempo bastarà, dir la vi voglio:
Odeti se una al mondo è in tanti guai.
Dimora uno orco là sotto a quel scoglio:
Non so se altro orco voi vedesti mai,
Ma questo è sì terribile alla faccia,
Che al ricordarlo il sangue mi se agiaccia.
Apena apena che parlar vi posso,
Ché il cor mi trema in petto di paura.
Grande non è, ma per sei altri è grosso,
Riccia ha la barba e gran capigliatura;
In loco de occhi ha due cocole de osso,
E bene a ciò providde la natura,
Ché, se lume vedesse, a tondo a tondo
Avria disfatto in poco tempo il mondo.
Né vi è diffesa, a benché non gli veda,
Ché, come io dissi, il perfido è senza occhi.
Io già lo vidi (or chi fia che lo creda?)
Stirpar le quercie a guisa de finocchi;
E tre giganti che avea presi in preda,
Percosse a terra qua come ranocchi;
Le cosse dispiccò dal busto tosto,
E pose il casso a lesso e il resto a rosto.