Però che sol se pasce a carne umana,
E tien de sangue de omo a bere un vaso.
Ma gite voi in parte più lontana,
Che quel malvagio non vi senta a naso;
A benché giace adesso nella tana,
Che per dormir là dentro si è rimaso;
Ma come se resvegli, incontinente
Al naso sentirà che quivi è gente.
E come un bracco seguirà la traccia;
Non valerà diffesa, né fuggire,
Ché cento miglia vi darà la caccia,
E converravi in tutto al fin perire.
Onde vi prego che partir vi piaccia,
E me lasciati misera morire,
Ma sol chiedo di grazia e sol vi prego
Che a una dimanda non facciati nego;
E questa fia: se forse tra camino
Avesti un giovinetto a riscontrare,
Re di Damasco (e nome ha Norandino;
Non so se mai lo odesti racordare),
A lui contati il mio caso tapino
(So ben che lo fareti lacrimare),
Dicendo: "La tua dama te conforta,
Che te amò viva ed ama ancora morta."
Ma ben guardàti, e non prendesti errore,
De dir ch'io viva più tra tante pene,
Però che lui mi porta tale amore,
Che nol potrian tener mille catene;
E la mia doglia poi saria maggiore,
Veggendo perir meco ogni mio bene;
E più mi doleria che la mia morte,
Che se a lui fosser sol due dita torte.
Direti adunque come sotterrata
M'avete istessi a canto alla marina;
Ma lui dimandarà de la contrata
Per trovar morta almen la sua Lucina.
Direti che l'aveti smenticata
Come se chiami, e il loco che confina;
Poi confortati lui con tal parole
Che stia contento a quel che 'l mondo vôle. -
Così ragiona, e la faccia serena
Piangendo bagna quella sventurata.
Tenea Gradasso le lacrime apena,
E già dal fianco avea tratta la spata
Per rompere e tagliar quella catena,
Con la qual quivi al sasso era legata;
Ma la dama cridò: - Per Dio, non fare!
Morto serai, né me potrai campare.
Questa catena, misera! dolente!
Per entro al sasso passa nella tana;
Come toccata fosse, incontinente
Scocca uno ordegno e suona una campana;
E se quel maledetto se risente,
Ogni speranza del fuggire è vana.
Per piani e monti e ripe e lochi forti
Mai non vi lasciarà, sin che vi ha morti. -
A Mandricardo molta voglia tocca
De odir se la campana avea bon suono.
La dama non avea chiusa la bocca,
Che è scosso la catena in abandono.
Ben vi so dir che dentro là si chiocca:
Sembra nel sasso risuonare un tuono;
E la donzella pallida e smarita
- Ahimè! - cridava - ahimè! mia vita è gita!
Sol de la tema tutta me distorco:
Adesso qua serà quel maledetto. -
Eccoti uscir de la spelonca lo orco,
Che ha la gozaglia grande a mezo il petto;
E denti ha for di bocca, come il porco,
Né vi crediati che abbi il muso netto,
Ma brutto e lordo e di sangue vermiglio;
Longhi una spanna ha e peli in ogni ciglio.
Quanto una gamba ha grosso ciascun dito
E negre l'ungie e piene di sozzura.
Ora Gradasso già non è smarito
Per tanto istrana ed orrida figura.
Col brando in mano adosso a quello è gito,
Ma l'orco del suo brando ha poca cura,
Nel scudo il prende e via strappò del braccio,
E quel stringendo franse come un giaccio.