E giù callando lieto e con gran festa,
Al mar discese e venne alla spelonca.
Qua vede un braccio, e là meza una testa,
Colà vede una man co' denti monca.
Per tutto intorno è piena la foresta
Di qualche gamba o qualche spalla tronca
E membri lacerati e pezzi strani,
Come di bocca tolti a lupi e a cani.
Ciò riguardando varca di bon passo;
E gionse a quella tana in su la intrata,
Qual molto è grande dentro da quel sasso,
E riccamente d'oro è lavorata.
Poi che ebbe sciolto quindi il re Gradasso,
E la dama che al scoglio era legata,
Tutti se revestirno a nove spoglie,
Ché veste ivi trovarno e ricche zoglie.
Montarno, e ciascadun forte camina;
Seco è la dama dal viso soprano:
E via passando a canto alla marina
Iscorsero una nave di lontano.
Viddero in quella, quando se avicina,
L'alta bandiera del re Tibïano:
Qual era parte di questa donzella,
Tolta da loro alla fortuna fella.
Re de Cipri in quel tempo e de Rodi era
Quel Tibïano ed altre terre assai,
E va cercando per ogni rivera
De la filiola, e non la trova mai;
Onde di doglia in pianto se dispera,
E mena la sua vita in tristi guai.
Come la dama la bandiera vide,
Per allegrezza a un tratto piange e ride.
Già meglio se comincia a discernire
La nave e la sua gente tutta quanta;
E la donzella non può sofferire,
Ma con la veste a quella nave amanta;
E, senza più tenirvi in lungo dire,
Salirno al legno; e la zoia fo tanta
Quanto a sì fatto caso esser credia,
Trovando lei che morta esser tenìa.
E già le poppe voglion rivoltare,
Tirando con le corde alte le antene.
Eccoti lo orco che nel poggio appare,
E verso il mare a corso se ne viene;
Ben vi so dir che ogniom si dà che fare,
Ché la più parte alor morta se tiene;
Ciascun de' marinari era parone
A tirar presto e volgere il temone.
Pur giù vien lo orco e verso il mar se calla.
La barba a sangue se gli vedea piovere,
Un gran pezzo de monte ha in su la spalla,
Che dentro vi eran pruni e sterpi e rovere;
Legier lo porta lui come una galla,
Né cento boi l'avrian potuto movere.
Correndo vien la orrenda creatura:
Già dentro al mare è sino alla cintura.
E tanto passa, che va come il buffolo,
Che il muso ha fuori e i piedi in su la sabbia;
Movere odendo e remi al suon del zuffolo,
Trasse là verso il monte con gran rabbia.
Gionsine presso; e l'onda diè dal tuffolo,
Che saltar fece l'acqua in su la gabbia;
Ma se più avanti un poco avesse agionto,
Sfondava il legno e li omini ad un ponto.
Se e marinari alora ebber spavento,
Non credo che bisogni racontare,
Ché qual di loro avea più de ardimento
Nascoso è alla carena e non appare.
Ora levosse da levante il vento,
L'onda risuona e grosso viene il mare;
Già rotto il celo e l'acqua insieme han guerra:
Più non se vede lo orco né la terra.
De l'orco, dico, ormai non han paura,
Ma morte han più che prima in su la testa,
Però che orribilmente il celo oscura,
Il vento cresce ogniora e gran tempesta.
Pioggia meschiata de grandine dura
Giù versa con furore, e mai non resta:
Ora fùlgore, or trono ed or saetta,
Che l'una l'altra apena non aspetta.