Per tutto intorno bursano e delfini,
Donando di fortuna il tristo annoncio;
Non sta contento il mare a' suoi confini,
Che in nave ne entra assai più d'un bigoncio:
Da far vi fia per grandi e piccolini.
Ma non vi vo' tenir tanto a disconcio,
E nel presente canto io ve abandono,
Ché ogni diletto a tramutare è bono.
Canto quarto
Segnor, se voi potesti ritrovare
Un che non sappia quel che sia paura,
O se volesti alcun modo pensare
Per sbigottire una anima sicura,
Quando è fortuna quel poneti in mare,
E si non se spaventa o non se cura,
Toglietelo per paccio, e non ardito,
Perché ha con morte il termine de un dito.
Orribil cosa è certo il mar turbato,
E meglio è odirlo dir che farne prova,
Però creda ciascuno a chi gli è stato,
E per provar di terra non si mova,
Come io contava al canto che è passato,
Di quella nave che entro al mar se trova,
Sì combattuta da prora e da poppa,
Che l'acqua ve entra ed escine la stoppa.
Mandricardo era in quella e il re Gradasso,
Re Tibïano e sua figlia Lucina.
Ora se rompe l'onda a gran fraccasso,
E mostra un gregge tutta la marina:
Un gregge bianco, che si pasca al basso,
Ma sempre mugge e sembra una ruina;
Stridon le corde e il legno se lamenta:
Gemendo al fondo, par che 'l suo mal senta.
Or questo vento ed or quell'altro salta,
Non san che farsi e marinari apena;
Tra' nivoli talor è la nave alta,
E talor frega a terra la carrena.
Sopra a ogni male e sopra a ogni difalta
Fu quando gionse un colpo ne la antena;
Piegosse il legno e giù dette alla banda:
Ciascun cridando a Dio si racomanda.
Più de due miglia andò la nave inversa,
Che a ponto in ponto sta per affondare,
La gente che vi è dentro è tutta persa:
Se fa de' voti, non lo adimandare.
Ecco da canto gionse una traversa,
Che a l'altra banda fece traboccare;
Ciascadun crida e non se ode persona,
Sì muggia il mare e il vento sì risona.
Questo se cangia e muta in uno istante,
Ora batte davanti, or ne le sponde;
Spiccosse al fine un groppo da levante
Con furia tal, che il mar tutto confonde.
Gionse alla poppa e pinse il legno avante,
E fece entrar la prora sotto l'onde;
Sotto acqua via ne andò più d'una arcata,
Come va il mergo e l'oca alcuna fiata.
Pur fuore uscitte, e va con tal ruina
Qual fuor de la balestra esce la vera.
Da quella sera insino alla matina
E da quella matina a l'altra sera,
Via giorno e notte mai non se raffina,
Sin che condotta è sopra alla riviera,
Ove quel monte in Acquamorta bagna
Il qual divide Francia dalla Spagna.
Quivi ad un capo che ha nome la Oruna,
Smontarno con gran voglia in su la arena,
E sì sbattuti son dalla fortuna,
Che sendo in terra nol credono apena.
Passò il mal tempo e quella notte bruna,
Con l'alba insieme il cel se raserena,
E già per tutto essendo chiaro il giorno,
Deliberarno andar cercando intorno.