Canto sesto

Segnor, se alcun di voi sente de amore,
Pensati che battaglia avranno a fare
Que' duo, che insieme agionto aveano il core,
Né volevan l'un l'altro abandonare.
La fulmina del cel con suo furore
Non gli potrebbe a forza separare;
Né spietata fortuna e non la morte
Può disgiongere amor cotanto forte.

Come io contava, il nobile Rugiero
Sopra de Pinador forte martella;
L'elmo gli ruppe e spennacchiò il cimiero:
Quasi a quel colpo lo trasse di sella.
Da l'altra parte Martasino il fiero
Non avantaggia ponto la donzella,
La qual sempre cridava: - Ascolta! ascolta!
Non me trovi senza elmo a questa volta. -

Così dicendo a duo man l'ha ferito
De un colpo tanto orrendo e smisurato,
Che sopra de lo arcion è tramortito:
E veramente lo mandava al prato,
Ma in quel Mordante, il saracino ardito,
Correndo alla donzella urtò da lato,
Ferendola a duo man de un roversone
Che fu per trarla fuora de lo arcione.

Ma Rugier presto venne ad aiutare,
Lasciando Pinador che aveva avante;
Però che, benché assai abbia da fare,
Sempre voltava gli occhi a Bradamante.
Or sembra il giovanetto un vento in mare:
Spezza in due parte il scudo di Mordante,
Taglia le piastre e usbergo tutto netto,
Ed anco alquanto lo ferì nel petto.

Ma Pinadoro, che lo avea seguito,
Percosse a mezo il collo il paladino,
E tagliò la gorziera più de un dito:
Tenne il camaglio el brando, ché era fino.
Non si spaventa il giovanetto ardito:
Tondo de un salto rivoltò Frontino,
E mena a Pinadoro in su la testa;
E Martasino a lui, che già non resta.

Mentre che questa zuffa se scompiglia,
Daniforte se afronta e viene in tresca
Con circa a trenta della sua famiglia,
Con targhe e lancie armati alla moresca.
Bradamante ver loro alciò le ciglia:
Come starà cotal canaglia fresca,
Che armati son di sàmito e di tela!
Oh che squarcioni andran per l'aria a vela!

Urta tra lor la dama e il brando mena,
E gionse un moro in su un gianetto bianco,
Che coda e chioma avia tinto de alchena;
Lei tagliò il nero dalla spalla al fianco.
Non era a terra quel caduto apena,
Che afronta uno Arbo, e fece più ni manco;
La spada adosso in quel modo gli calla,
Sì che il partì dal fianco in su la spalla.

Quasi che insieme tutti ebber la morte;
Chi qua chi là per el campo cascava,
E quando il primo bussava alle porte
Giù dello inferno, lo ultimo arivava.
Più fiate la assalitte Daniforte;
Ma, come Bradamante a lui voltava,
Quel fugge e sguincia, e ponto non aspetta,
E torna e volta, e sembra una saetta.

Egli avea sotto una iumenta mora,
Di pel di ratta, con la testa nera,
Che in su la terra mai non se dimora
Con tutti e piedi, tanto era legiera.
Vero è che in dosso avia poche arme ancora,
Ché non portava usbergo né lamiera:
La tòcca ha in testa, e la lancia e la targa,
E cinta al petto una spadazza larga.