Al pavaglione, ove era la battaglia,
Non puote il re Marsilio aver diffese;
Gran parte è morta de la sua canaglia,
Lui bon partito via fuggendo prese.
Orlando il pavaglion tutto sbaraglia,
Squarzato in pezi a terra lo distese;
Ma quando quei pregion viddero il conte,
Per meraviglia se signâr la fronte.

Oh che spezzar de corde e di catene
Faceva Brandimarte in questo stallo!
De arme e ronzoni ivi eron tende piene,
Onde èno armati e montano a cavallo.
L'un più che l'altro a gran voglia ne viene
Per seguitare Orlando in questo ballo,
Qual ver Parigi a corso se distese,
E seco è Gano e Oliviero el marchese;

Re Desiderio e lo re Salamone
E Brandimarte (che era dimorato
Alquanto per disciorre ogni pregione),
Ricardo e Belengieri apresïato.
Seguiva apresso Avorio, Avino e Ottone,
Il duca Namo e il duca Amone a lato,
Ed altri, tutti gente da gorzera,
Che più di cento sono in una schiera.

E' già son gionti presso a quelle mura,
Ove la zuffa è più cruda che mai,
Che era cosa a vedere orrenda e scura,
Come di sopra poco io ve contai.
Grande era quel rumor fuor di misura
De cridi estremi e de istrumenti assai,
E facevan tremar de intorno il loco,
Né altro se odìa che morte e sangue e foco.

Già Mandricardo avea pigliato un ponte,
Rotte le sbarre e spezzata la porta,
Ed avea gente a seguitar sì pronte,
Che ciascun dentro molto se sconforta.
Da un'altra parte il crudo Rodamonte
Su per le mura ha tanta gente morta
Con dardi e sassi, e tanta n'ha percossa,
Che vien da' merli il sangue nella fossa.

Guarda le torre e spreza quella altezza,
Battendo e denti a schiuma come un verro.
Non fu veduta mai tanta fierezza:
Il scudo ha in collo e una scala di ferro
E pali e graffie e corde fatte in trezza,
E il foco acceso al tronco de un gran cerro;
Vien biastemando e sotto ben se acosta,
La scala apoggia e monta senza sosta.

Come egli andasse per la strata a passo,
Cotal saliva quel pagano arguto.
Quivi era il ruïnare e il gran fraccasso:
Adosso a lui ciascun cridava aiuto.
Se Lucifero uscito o Satanasso
Fosse giù da lo abisso e qua venuto
Per disertar Parigi e ogni sua altura,
Non avria posto a lor tanta paura.

E nondimanco in tanti disconforti
Se adiffendiano per disperazione,
Ché ad ogni modo se reputan morti,
Né stiman più la vita o le persone.
Poi che, condotti a dolorosi porti,
Veggion palese sua destruzïone,
E pali e dardi tranno a più non posso
Con sassi e travi a quel gigante adosso.

Lui pur salisce e più de ciò non cura,
Come di penne o paglia mosse al vento;
Già sopra a' merli è sino alla cintura,
Né 'l contrastar val, forza né ardimento.
Come egli agionse in cima a quelle mura,
E nella terra apparve il gran spavento,
Levossi un pianto e un strido sì feroce,
Sino al cel, credo io, gionse quella voce.

Ma quel superbo una gran torre afferra,
E tanta ne spiccò quanta ne prese;
Quei pezzi lancia dentro dalla terra,
Dissipa case e campanili e chiese.
Orlando non sapea di tanta guerra,
Ché in altra parte stava alle contese;
Ma la gran voce che di là si spande
Venir lo fece a quel periglio grande.