Gionse correndo ove è l'aspra battaglia:
Non fo giamai da l'ira sì commosso.
La gran scala di ferro a un colpo taglia,
E Rodamonte roinò nel fosso,
E dietro a lui gran pezzi de muraglia,
Ché gli è caduta meza torre adosso;
E un merlo gionse Orlando nella testa,
Qual lo distese a terra con tempesta.
Fo Rodamonte sviluppato e presto.
Tanta fierezza avea il forte pagano,
Che non mostrava più curar di questo,
Come se stato fosse un sogno vano.
Ma il franco conte non era ancor desto,
Qual tramortito se trovava al piano;
Or Rodamonte già non se ritiene,
Esce dal fosso e contro a i nostri viene.
De esser gagliardo ben li fa mestiero,
Ché a lui de intorno sta la nostra gente:
Su l'orlo aponto è Gano da Pontiero.
Benché sia falso e tristo della mente,
Purché esser voglia è prodo e bon guerrero;
Ma la sua forza alor giovò nïente,
Ché Rodamonte, che de l'acqua usciva,
De un colpo a terra il pose in su la riva.
Questo abandona e ponto non se arresta.
Ché sopra 'l campo afronta Rodolfone;
Parente era di Namo e di sua gesta:
Tutto il fende il pagan sino allo arcione.
Poi mena al re lombardo ne la testa:
Come a Dio piacque, colse di piatone,
Ma pur cadde di sella Desiderio
A gambe aperte e con gran vituperio.
La gente saracina, che è fuggita
Per la gionta de Orlando, ora tornava,
Più assai che prima mostrandosi ardita;
Ché Rodamonte sì se adoperava,
Che ciascuno altro volentier lo aita.
Di qua di là gran gente se adunava:
Balifronte di Mulga e il re Grifaldo
E Baliverzo, il perfido ribaldo.
Quivi era Farurante di Maurina
E il franco Alzirdo, re di Tremisona,
Il re Gualciotto di Bellamarina
Ed altri assai che 'l canto non ragiona;
Tutti non giongeranno a domatina,
Ché Brandimarte, la franca persona,
Ne mandarà qualcun pur allo inferno,
E qualcuno Olivier, se ben discerno.
Stati ad odire il fatto tutto a pieno,
Ché or se incomincia da dover la danza.
Salamon vide il figlio de Ulïeno,
Qual più de un braccio sopra alli altri avanza:
Ove il colpo segnò, né più né meno,
A mezo il petto il colse con la lanza;
Quella se ruppe, e 'l Pagan non se mosse,
Ma con la spada il Cristïan percosse.
Il scuto gli spezzò quel maledetto,
Le piastre aperse, come fosser carte,
E crudelmente lo piagò nel petto;
Gionse allo arcione e tutto lo disparte,
Il collo al suo ronzon tagliò via netto.
Ora a quel colpo gionse Brandimarte,
E, destinato di farne vendetta,
Sprona il destriero e la sua lancia assetta.
A tutta briglia il cavallier valente
Percosse Rodamonte nel costato,
Che era guarnito a scaglie di serpente;
Quel lo diffese, e pur giù cade al prato.
Come il romor d'uno arboro si sente,
Quando è dal vento rotto e dibarbato,
Sotto a sé frange sterpi e minor piante:
Tal nel cader suonò quello africante.
Or Brandimarte volta al re Gualciotto,
Poi che caduto è il franco re di Sarza;
Ad ambe man lo percosse di botto,
Per mezo il scudo lo divide e squarza.
Lo usbergo e panciron che egli avea sotto
Partitte a guisa de una tela marza;
Per il traverso il petto li disserra,
E in duo cavezzi il fece andare a terra.