A torto me ponesti in la pregione,
Per far careze a casa di Magancia:
Or dimanda al tuo conte Ganelone
Che ti conservi nel regno di Francia.
Or non v'è Orlando, fior de ogni barone,
Non v'è Ranaldo, quella franca lancia;
Che se sapesti tal gente tenire,
Non sentiresti mo questo martìre.

Io ho donato a Gradasso il ronzone,
E già mi son con lui bene accordato;
Stommi con seco, e servo da buffone,
Mercè di Gano, che me gli ha lodato:
So che li piace mia condizïone.
Ogni om di voi li avrò racomandato:
Lui Carlo Mano vôl per ripostieri,
Danese scalco, e per coquo Olivieri.

Io li ho lodato Gano di Maganza
Per omo forte e digno de alto afare,
Sì che stimata sia la sua possanza:
Le legne e l'acqua converrà portare.
Tutti voi altri poi, gente da zanza,
A questi soi baron vi vôl donare;
E se a lor serà grata l'arte mia,
Farò che avreti bona compagnia. -

Già non rideva Astolfo de nïente,
E proprio par che 'l dica da davera.
Non dimandar se il re Carlo è dolente,
E ciascadun che è preso in quella schiera.
Dice Turpino a lui: - Ahi miscredente!
Hai tu lasciata nostra fede intiera? -
A lui rispose Astolfo: - Sì, pritone,
Lasciato ho Cristo, ed adoro Macone. -

Ciascuno è smorto e sbigotito e bianco:
Chi piange, e chi lamenta, e chi sospira.
Ma poi che Astolfo di beffare è stanco,
Avanti a Carlo ingenocchion se tira,
E disse: - Segnor mio, voi seti franco;
E se il mio fallir mai vi trasse ad ira,
Per pietate e per Dio chiedo perdono,
Ché, sia quel ch'io mi voglia, vostro sono.

Ma ben ve dico che mai per nïente
Non voglio in vostra corte più venire.
Stia con voi Gano ed ogni suo parente,
Che sanno il bianco in nero convertire.
Il stato mio vi lascio obidïente;
Io domatina mi voglio partire,
Né mai me posarò per freddo o caldo,
In sin che Orlando non trovi e Ranaldo. -

Non sanno ancor se 'l beffa, o dice il vero:
Tutti l'un l'altro se guardano in volto;
Sin che Gradasso, quel segnor altiero,
Comanda che ciascun via se sia tolto.
Gano fu il primo a montare a destriero:
Astolfo, che lo vede, il tempo ha còlto,
E disse a lui: - Non andate, barone:
Gli altri son franchi, e voi seti pregione. -

- Di cui sono io pregion? - diceva Gano;
Rispose a lui: - De Astolfo de Inghilterra. -
Alor Gradasso fa palese e piano
Come sia stata tra lor duo la guerra.
Astolfo il conte Gano prende a mano,
Con lui davanti di Carlo se atterra,
E ingenocchiato disse: - Alto segnore,
Costui voglio francar per vostro amore.

Ma con tal patti e tal condizïone,
Che in vostra mano e' converrà giurare,
Per quattro giorni de entrare in pregione,
E dove, e quando io lo vorò mandare.
Ma, sopra a questo, vuo' promissïone,
Perché egli è usato la fede mancare,
Da' paladini e da vostra corona,
Darmi legata e presa sua persona. -

Rispose Carlo: - Io voglio che lo faccia! -
E fecelo giurare incontinente.
Or de andare a Parigi ogni om si spaccia.
Altro che Astolfo non se ode nïente:
E chi lo bacia in viso, e chi lo abbraccia,
Ed a lui solo va tutta la gente:
Campato ha Astolfo, ed è suo quest'onore,
La fè de Cristo e Carlo imperatore.