Carlo si forza assai de il ritenire:
Irlanda tutta li volea donare.
Ma lui se è destinato di partire,
Ché vôl Ranaldo e Orlando ritrovare.
Qua più non ne dirò, lasciatel gire,
Che assai di lui avrò poi a contare:
Or quella notte, inanti al matutino,
Partì Gradasso ed ogni Saracino.
Andarno in Spagna, e lì restò Marsiglio,
Con la sua gente ed ogni suo barone.
Gradasso ivi montò sopra al naviglio,
Che era una quantità fuor di ragione.
Or di narrarvi fatica non piglio
Il suo vïaggio e quelle regïone
Di negra gente sotto il cel sì caldo;
Ma trovar voglio ove lasciai Ranaldo.
E conterovi de una alta ventura
Che li intravenne, e ben meravigliosa,
E di letizia piena e di sciagura,
Che forse sua persona valorosa
Mai non fu a sorte sì spietata e dura.
Ma pigliar voglio adesso alcuna posa,
E poi vi contarò ne l'altro canto
Cose mirabil di allegrezza e pianto.
Canto ottavo
Gionse Ranaldo a Palazo Zoioso
(Così se avea quella isola a chiamare),
Ove la nave fie' il primo riposo,
La nave che ha il nocchier che non appare.
Era quello un giardin de arbori ombroso,
Da ciascun lato in cerco batte il mare;
Piano era tutto, coperto a verdura;
Quindeci miglia è intorno per misura.
Di ver ponente, aponto sopra al lito,
Un bel palagio ricco se mostrava,
Fatto de un marmo sì terso e polito,
Che il giardin tutto in esso se specchiava.
Ranaldo in terra presto fu salito,
Ché star sopra alla nave dubitava;
Apena sopra il litto era smontato,
Ecco una dama, che l'ha salutato.
La dama li dicea: - Franco barone,
Qua ve ha portato la vostra ventura;
E non pensati che senza cagione
Siati condotto, con tanta paura,
Tanto di longe, in strana regïone;
Ma vostra sorte, che al principio è dura,
Avrà fin dolce, allegro e dilettoso,
Se avete il cor, come io credo, amoroso. -
Così dicendo per la mano il piglia,
E dentro al bel palagio l'ha menato:
Era la porta candida e vermiglia,
E di ner marmo, e verde, e di meschiato.
Il spazo che coi piedi se scapiglia,
Pur di quel marmo è tutto varïato;
Di qua, di là son logie in bel lavoro,
Con relevi e compassi azuro e de oro.
Giardini occulti di fresca verdura
Son sopra a' tetti e per terra nascosi;
Di gemme e d'oro a vaga depintura
Son tutti e lochi nobili e zoiosi;
Chiare fontane e fresche a dismisura
Son circondate d'arboscelli ombrosi;
Sopra ogni cosa, quel loco ha uno odore
Da tornar lieto ogni affannato core.
La dama entra una logia col barone,
Adorna molto, ricca e delicata,
Per ogni faccia e per ogni cantone
Di smalto in lama d'oro istorïata;
Verdi arboscelli e di bella fazione
Dal loco aperto la teneano ombrata;
E le colonne di quel bel lavoro
Han di cristallo il fusto e il capo d'oro.