Forte piangendo quel vecchio dicia:
- Deh non me abandonar, franco barone,
Se onor te move di cavalleria,
Che è la diffesa di iusta ragione!
Una donzella, che è figliola mia,
Emme rapita da un falso latrone,
E pur adesso presa se la mena:
Ducento passi non è longe apena. -
Mosse pietate quel baron gagliardo:
Benché sia a piedi, armato con la spada
A seguire il ladron già non fu tardo;
Coperto d'arme corre quella strada.
Come lo vide quel ladron ribaldo,
Lascia la dama, e già non stette a bada;
Pose alla bocca un grandissimo corno:
Par che risuoni l'aria e il cel d'intorno.
Venne Ranaldo la vista ad alciare:
A sé davanti vede un monticello,
Che facea un capo piccoletto in mare.
Alla cima di quello era un castello,
Che al suon del corno il ponte ebbe a calare;
Fuor ne venne un gigante iniquo e fello:
Sedeci piedi è da la terra altano,
Una catena e un dardo tiene in mano.
Quella catena ha da capo un uncino:
Or chi potrà questa opra indovinare?
Come fu gionto il gigante mastino,
Il dardo con gran forza ebbe a lanciare.
Gionge nel scudo, che è ben forte e fino,
Ma tutto quanto pur l'ebbe a passare;
Usbergo e maglia tutto ebbe passato:
Ferì il barone alquanto nel costato.
Dicea Ranaldo a lui: - Te tien a mente
Chi meglio de noi duo di spada fiera! -
E vàlli addosso iniquitosamente.
Come il gigante il vide nella ciera,
Volta le spalle e non tarda nïente;
Forte correndo fugge a una riviera.
Questa riviera un ponte sopra avia:
Una sol pietra quel ponte facìa.
Nel capo di quel ponte era uno annello;
Dentro li attacca il gigante l'oncino.
E già Ranaldo è sopra 'l ponticello,
Ché, correndo, al pagano era vicino.
Tirò lo ingegno con gran forza il fello:
La pietra se profonda. - O Dio divino -
Dicea Ranaldo - aiuta! O Matre eterna! -
Così dicendo va nella caverna.
Era la tana oscura e tenebrosa,
E sopra ad essa la fiumana andava;
Una catena dentro vi era ascosa,
Che il caduto baron presto legava.
E quel gigante già non se riposa;
Così legato in spalla sel portava,
A lui dicendo: - E perché davi impaccio
Al mio compagno? Ed io te ho gionto al laccio. -
Non respondia Ranaldo alcuna cosa,
Ma nella mente tristo ne dicia:
"Or ti par che fortuna ruïnosa
Una disgrazia dietro a l'altra invia!
Qual sorte al mondo è la più dolorosa
Non se paragia alla sventura mia,
Ch'in tal miseria mi vedo arivare,
Né con qual modo lo sapria contare."
Così dicendo, già sono su il ponte
Che del crudel castello era l'intrata:
Teste de occisi nella prima fronte,
E gente morta vi pende apiccata;
Ma, quel che era più scuro, eran disionte
Le membra ancora vive alcuna fiata.
Vermiglio è lo castello, e da lontano
Sembrava foco, ed era sangue umano.
Ranaldo sol pregando Idio se aiuta:
Ben vi confesso che ora ebbe paura.
Già davanti una vecchia era venuta,
Tutta coperta de una veste oscura,
Macra nel volto, orribile e canuta,
E di sembianza dispietata e dura.
Lei fa Ranaldo alla terra gettare
Così legato, e comincia parlare.