Lo animal che è più crudo e spaventevole,
Ed è più ardente che foco che sia,
È la moglie che un tempo fu amorevole,
Che, disprezata, cade in zelosia:
Non è il leon ferito più spiacevole,
Né la serpe calcata è tanto ria,
Quanto è la moglie fiera in quella fiata
Che per altrui sé vede abandonata.
Ed io ben lo so dir, che lo provai,
Quando avvisata fui di questa cosa.
Io non sentetti maggior doglia mai,
E quasi venni in tutto rabbïosa:
Ben lo mostrò la crudeltà che usai,
Che forse ti parrà meravigliosa;
Ma dove zelosia strenge lo amore,
Quel mal che io feci in duo, è ancor peggiore.
Duo fanciulletti avevo di Marchino;
Il primo lo scanai con la mia mano.
Stava a guardarme l'altro piccolino,
E dicea: "Matre, deh per Dio! fa piano."
Io presi per li piedi quel meschino,
E detti il capo a un sasso prossimano.
Te par ch'io vendicassi il mio dispetto?
Ma questo fu un principio, e non lo effetto.
Quasi vivendo ancora lo squartai;
De il petto a l'uno e a l'altro trassi il core.
Le piccolette membra minuzzai:
Pensa se, ciò facendo, avia dolore!
Ma ancor mi giova ch'io mi vendicai.
Servai le teste, non già per amore,
Ché in me non era amor, né anco pietade:
Servalle per usar più crudeltade.
Quelle portai qua suso de nascoso;
La carne che feci io, poi posi al foco:
Tanto poté lo oltraggio dispettoso!
Io stessa fui beccaro, io stessa coco.
A mensa li ebbe il patre doloroso,
E quelle se mangiò con festa e gioco.
Ahi crudel sole, ahi giorno scelerato,
Che comportò veder tanto peccato!
Io mi parti' dapoi nascosamente,
Le mani e il petto di sangue macchiata.
Al re de Orgagna andai subitamente,
Che già lunga stagion m'aveva amata
(Era costui della Stella parente),
E racontai l'istoria dispietata.
Quel re condussi io armato in su l'arcione
A far vendetta del morto Grifone.
Ma non fo questa cosa così presta,
Che, come io fui partita dal castello,
La cruda Stella, menando gran festa,
A Marchin va davanti in viso fello,
E li appresenta l'una e l'altra testa
De' figli, ch'io servai dentro a un piatello.
Benché per morte ciascuna era trista,
Pur li cognobbe 'l patre in prima vista.
La damisella aveva il crin disciolto,
La faccia altiera e la mente sicura,
Ed a lui disse: "L'uno e l'altro volto
Son de' toi figli: dàgli sepoltura.
Il resto hai tu nel tuo ventre sepolto:
Tu il divorasti: non aver più cura."
Ora ha gran pena il falso traditore,
Ché crudeltà combatte con amore.
Lo oltraggio ismisurato ben lo invita
A far di quella dama crudo strazio;
Da l'altra parte la faccia fiorita
E lo afocato amor gli dava impazio.
Delibra vendicarse alla finita:
Ma qual vendetta lo potria far sazio?
Ché, pensando al suo oltraggio, in veritade
Non v'era pena di tal crudeltade.
Il corpo di Grifon fece portare,
Che, così occiso, ancor giacea nel piano;
Fece la dama a quel corpo legare,
Viso con viso stretto, e mano a mano:
Così con lei poi se ebbe a dilettare.
Or fu piacer giamai tant'inumano?
Gran puza mena il corpo tutta fiata;
La damisella a quel stava legata.