In questo tempo venne il re de Orgagna,
Ed io con esso, con molta brigata;
Ma come fumo visti alla campagna,
Marchin la bella Stella ebbe scanata.
Né ancor per questo dapoi la sparagna,
Ma usava con lei morta tutta fiata.
Credo io che il fece sol per darse vanto
Che altro om non fusse scelerato tanto.
Noi qui vennemo, e con cruda battaglia
La forte rocca alfin pur fo pigliata;
E Marchin preso, di ardente tenaglia
Fu sua persona tutta lacerata:
Chi rompe le sue membra, e chi le taglia.
La bella dama poi fu sotterrata
Intra un sepolcro adorno; per ragione
Posto fu seco il suo caro Grifone.
Il re de Orgagna poi se ne fu andato,
Ed io rimasi in questa rocca oscura.
Era lo octavo mese già passato,
Quando sentimo in quella sepoltura
Un grido tanto orribile e spietato,
Ch'io non vo' dir che gli altri abbian paura;
Ma tre giganti ne fôr spaventati,
Che il re de Orgagna meco avea lasciati.
Un de essi, alquanto più di core ardito,
Volse la sepoltura un poco aprire,
Ma ben ne fo poi presto repentito;
Però che un mostro, che non puote uscire,
Pur for gettò una branca, ed ha 'l gremito:
In poco d'ora lo fece morire.
Stracciollo in pezzi e trassel dentro, possa
La carne devorò con tutte l'ossa.
Non se trovò più om tanto sicuro,
Che dentro a quella chiesia voglia entrare;
Cinger poi la feci io d'un forte muro,
Quello sepolcro a ingegno disserrare.
Uscinne un mostro contrafatto e oscuro,
Tanto che alcun non li ardisce a guardare:
La orribil forma sua non te descrivo,
Perché sarai da lui di vita privo.
Noi poi servamo così fatta usanza,
Che ciascun giorno qualcuno è pigliato,
E lo gettamo dentro a quella stanza,
Perché la bestia l'abbia devorato.
Ma tanto ne pigliamo, che ne avanza;
Alcun se scanna, alcun vien impiccato;
Squartansi vivi ancora alcuna fiata,
Come veder potesti in su la entrata. -
Poi che la usanza cruda, ismisurata,
Fu per Ranaldo pienamente intesa,
E l'orribil cagione e scelerata
Che fie' la bestia, a chi non val diffesa,
Rivolto a quella vechia dispietata,
Disse: - Deh! matre, non mi far contesa.
Concedime, per Dio, che dentro vada,
Armato come io sono, e con la spada. -
Rise la vecchia e disse: - Or pur ti vaglia!
Quante arme vôi, ti lasciarò portare;
Ché il mostro con suo dente il ferro taglia,
Né contra alle ungie sue se pote armare.
A te convien morir, non far battaglia,
Ché la sua pelle non se può tagliare;
Ma, per fare il tuo peggio, io son contenta,
Perché la bestia più lo armato stenta. -
Sì come apparve il giorno il sol lucente,
Ranaldo dentro al muro è giù calato,
E fu una porta alciata: incontinente
Esce 'l mostro diverso e sfigurato.
Sì forte batte l'uno a l'altro dente,
Che ciascun sopra al muro è spaventato,
Né di star tanto ad alto se assicura:
Altri se asconde e fugge per paura.
Solo è Ranaldo lui senza spavento:
Armato è tutto, ed in mano ha Fusberta.
Ma credo io che a voi tutti sia in talento
Di quel mostro saper la forma aperta.
Acciò che abbiati il suo cominciamento,
Fièllo il demonio, questa è cosa certa,
Del seme de Marchin, che 'n corpo porta
Quella donzella che da lui fu morta.