E gionse al travo, e con la man l'ha preso,
Poi con gran forza sopra li montava;
Così tra celo e terra era sospeso.
Or quel mostro crudel ben furïava;
Avenga che sia grosso e di tal peso,
Spesso vicino a Ranaldo saltava,
E quasi alcuna volta un poco il tocca:
Pare a Ranaldo sempre esserli in bocca.
Era venuta già la notte bruna.
Stassi Ranaldo a quel legno abracciato,
Né sa veder qual senno o qual fortuna
Lo possa di quel loco aver campato.
Ed ecco, sotto il lume de la luna,
Però che era sereno e il cel stellato,
Sente per l'aria non sa che volare:
Quasi una dama ne l'ombra li pare.
Angelica era quella, che venìa
Per dar soccorso al franco cavalliero;
Poi che in faccia Ranaldo la vedia,
Gettarsi a terra prese nel pensiero,
Perché tanto odio a quella dama avia,
Che più non li dispiace il mostro fiero:
Ello esser morto stima minor pene
Che veder quella che a campare il viene.
Ella si stava ne l'aria sospesa,
E ingenocchiata diceva: - Barone,
Sopra d'ogni altra doglia il cor mi pesa
Che tu sia gionto qui per mia cagione.
Ben ti confesso ch'io son tanto accesa,
Ch'io potrebbi uscir fuor d'ogni ragione;
Ma che nocer potessi a tua persona,
Questo pensiero al tutto lo abandona.
Fu la mia stima che con tuo diletto,
Con apiacere e riposo e con zoglia
Fussi condotto avanti al mio cospetto;
Ora te vedo de cotanta noglia
E da periglio estremo sì costretto,
Che quasi mi ne uccido di gran doglia;
Ma sia ogni timor pur da te rimosso,
Ch'io il seppi ad ora che campar ti posso.
Non te rincresca de venirmi in braccio,
Che via per l'aria te possa portare.
Vedrai di terra uno infinito spaccio
Sotto a' tuoi piedi in un punto passare;
Te potrai far de un alto disio saccio,
Se mai ti venne voglia di volare.
Vien, monta sopra a me, baron gagliardo:
Forse non son peggior del tuo Baiardo. -
Era Ranaldo tanto addolorato,
Che con gran pena la puoteva odire.
Pur li rispose: - Per lo Dio beato,
Più son contento di dover morire,
Che per tuo mezo vederme campato;
E quando non ti vogli pur partire,
Di questo loco me voglio gettare:
Or statte e vanne, e fa come ti pare. -
Non crediati che sia maggior iniuria
Che alla donna che chiede, esser sprezzata.
Tutte hanno in odio che la sua lussuria
Gli possa essere in viso improperata;
Ma questa dispettosa e trista furia
Angelica non mosse in questa fiata:
Tanto portava a quel barone amore,
Che ogni sua ingiuria a lei parea minore.
Ella rispose: - Io farò il tuo volere,
E se altro far volessi, io non potrei:
S'io pensassi morendo a te piacere,
Adesso con mia man me occiderei.
Ma tu m'hai bene in odio oltra al dovere!
A ciò me en testimonii omini e dei;
Sol il sprezarmi è 'l mal che mi pôi fare,
Ma che io non te ami, non me pôi vetare. -
Così dicendo nel campo discende,
Ove rugiava lo animal spietato,
E la corda alaciata giù distende,
Poi quel pan della cera ebbe gettato.
Quel crudel mostro in bocca presto il prende:
L'un dente e l'altro insieme è impegolato;
Mugia saltando e cerca uscir de impaccio:
Al primo salto fu gionto nel laccio.