Così legato il lasciò la donzella,
E lei si dipartì subitamente.
Era levato già la chiara stella
Che vien davanti al sole in orïente:
Vede Ranaldo quella bestia fella,
Che ha la bocca di pece piena e il dente;
E poi legata per cotal maniera,
Che mover non si può dal loco ove era.
Subitamente salta gioso al piano,
Dove è la fiera fera di natura,
Che facea un crido tant'orrendo e strano,
Che al mur de intorno potea far paura.
Ranaldo prende sua Fusberta in mano,
E de assalire 'l mostro si assicura;
Ma quella bestia si scote sì forte,
Che par che debbia romper le ritorte.
Ranaldo non li lascia prender fiato,
Or la ferisce in capo, or nella panza,
Or da il sinestro, ora da il destro lato;
Il ferir de quel mostro era una cianza.
Egli avrebbe una pietra, un fer tagliato,
Ma quella pelle ogni durezza avanza.
Per ciò non è Ranaldo sbigotito,
Ma subito pigliò questo partito:
A quella bestia salta sopra al dosso,
La gola ad ambe man gli ebbe a pigliare,
E le genocchie strenge a più non posso:
Mai non se vide il più fier cavalcare.
Era il barone in faccia tutto rosso:
Quivi ogni suo valor convien mostrare;
E quivi più che altrove l'ha mostrato,
Ché con le mani il mostro ha strangolato.
Poi che la bestia al tutto è suffocata,
Pensa Ranaldo della sua partita;
Ma quella piazza intorno era serrata
De un grosso muro e de altezza infinita.
Sol di verso il castello era una grata,
Che de travi accialin tutta era ordita;
Ben la assagiò Ranaldo con la spata,
Ma troppo è sua grossezza smisurata.
Ora Ranaldo se vide pregione,
Che già di questo non pensava in prima,
E del suo scampo manca ogni ragione,
Ché di morir di fame lui se estima.
Guarda d'intorno per ogni cantone,
Ed ha veduta in terra la gran lima,
La lima che la dama avea portata;
Stima il baron che Dio l'abbia mandata.
Con quella lima la pregione apriva,
E poco manca che non possa uscire.
Ciascuna stella nel cel se copriva,
E cominciava il giorno ad apparire;
Ed eccoti un gigante quivi ariva,
Ma de venire a lui non ebbe ardire;
Anci, come il barone ebbe veduto,
Fugge, forte cridando: - Aiuto! aiuto! -
In questo avea Ranaldo sbarattato
Tutto il serraglio, e quella grata aperta;
Ma per il crido di quel smisurato
Gionge la gente crudele e diserta.
E già Ranaldo fuora era saltato;
Or li conviene adoperar Fusberta,
Ché intorno a lui de gente crescìa il ballo:
Già son più che seicento senza fallo.
Nulla ne cura quel franco barone,
Se ben sei tanto fosse il populaccio.
Davanti a gli altri stava un gigantone,
Quel proprio che Ranaldo prese al laccio.
Mai non fu visto il più falso poltrone;
Ma ben presto Ranaldo gli diè il spaccio:
Sotto il genocchio un colpo li disserra,
E senza gambe il fie' cadere in terra.
Quivi lo lascia, e tra gli altri se caccia,
E sua Fusberta mena con ruina;
Presto a lui sol rimase quella piaccia,
Via ne fuggia la gente saracina.
Chi senza capo va, chi senza braccia,
Piena è di sangue la piaza meschina.
La vecchia nel palazo era serrata,
E dentro ha con lei molta brigata.