Ma lui tanto temeva Durindana,
Che avria lasciato un suo carnal germano.
Or poi che Orlando per la selva strana
Vede averlo seguìto un pezo invano,
E che da lui più sempre se alontana
(Già quasi più nol vede sopra al piano),
Nella campagna lui non fe' dimora:
Verso il giardin correndo torna ancora.
La battaglia là dentro ancor durava,
Però che Brandimarte stava in sella,
Ed or Ballano, or Chiarïone urtava,
E ciascadun di loro a lui martella.
Ma la sua dama piangendo il pregava
Ch'el lascia la battaglia iniqua e fella,
E coi duo cavallier faccia la pace,
Facendo quel che a Dragontina piace;
Perché altramente non puotrà campare,
Quando non beva de l'acqua incantata;
Né se curi al presente smemorare,
Ma così aspetti la sua ritornata,
Che certamente lo verrà aiutare.
Né più nïente se fu dimorata,
Ma volta il palafreno alla pianura,
E via camina per la selva oscura.
Or la battaglia subito se parte,
E son finite le crudel contese;
E Dragontina piglia Brandimarte,
E dàgli il beveraggio lì palese
Della fiumana che è fatto per arte.
Più oltra il cavallier mai non intese,
Né se ricorda come qui sia gionto:
Tutto divenne un altro in su quel ponto.
Dolce bevanda e felice liquore,
Che puote alcun della sua mente trare!
Or sciolto è Brandimarte dello amore
Che in tanta doglia lo facea penare.
Non ha speranza più, non ha timore
Di perder lodo, o vergogna acquistare;
Sol Dragontina ha nel pensier presente,
E de altra cosa non cura nïente.
Orlando è ritornato nel giardino,
Avanti a Dragontina è ingenocchiato,
E fa sua scusa con parlar tapino,
Se quell'altro baron non ha pigliato.
Tanto li sta sumesso il paladino,
Che ad un piccol fantin serìa bastato.
Ora tornamo de Astolfo a contare,
Che de aver drieto Orlando ancor li pare;
Unde camina continuamente,
E notte e giorno, il cavallier soprano.
Il primo giorno non trovò nïente
Per quel diserto inospite e silvano,
Ma nel secondo vede una gran gente,
Che era attendata sopra di quel piano:
Ad uno araldo Astolfo dimandava
Che gente è questa che quivi accampava.
Lo araldo gli mostrava una bandera,
Che quasi il mezo de il campo tenìa,
E dice: - Quivi aloggia con sua schera
Il re de' re, segnor de Tartaria. -
(Era quella bandera tutta nera,
Un caval bianco dentro a quella avia,
D'intorno ornato a perle, a zoglie e ad oro:
Non avea il mondo più ricco lavoro.)
- Quell'altra c'ha il sol d'oro in campo bianco,
È del re de Mongalia, Saritrone,
Che non ha il mondo un baron tanto franco.
Vedi la verde da il bianco leone?
Quella è del smisurato Radamanto,
Che vinti piedi è lungo il campïone,
E signoreggia sotto tramontana
Mosca la grande e la terra Comana.
Quella vermiglia, che ha le lune d'oro
È del gran Polifermo, re de Orgagna,
Che di stato è possente e di tesoro,
Ed è gagliardo sopra a la campagna.
Io te vo' racontar tutti costoro,
Né vo' che alcun stendardo vi remagna,
Che nol cognoschi e nol possi contare,
Se in altre parte forse hai arrivare.