Vedi là il forte re della Gotìa,
Che Pandragon per nome era chiamato.
Vedi lo imperator de la Rossia,
Che ha nome Argante, ed è sì smisurato.
Vedi Lurcone ed il fier Santaria;
Il primo è di Norvega incoronato,
Il secondo de Sueza; e prossimana
Ha la bandera del re de Normana.
Quel re per nome è chiamato Brontino,
Che porta nel stendardo verde un core.
Il re di Danna li aloggia vicino,
Che ha nome Uldano, ed ha molto valore.
Costoro a l'India prendono il camino,
Perché Agricane è de tutti il segnore,
E tutti sottoposti a sé li mena,
Per dare a Galifrone amara pena.
Quel Galifrone in India signoreggia
Una gran terra, che ha nome il Cataio,
Ed ha una figlia, a cui non se pareggia
Rosa più fresca de il mese de maio.
Ora Agricane per costei vaneggia,
Né tiene altro pensiero intro il coraio
Che de acquistar quella bella fanciulla;
Di regno o stato non si cura nulla.
Vero è ch'iersera il vecchio Galifrone
Mandò nel campo una sua ambasciaria,
Facendo molto d'escusazïone,
Se non li dava la figlia in balìa;
Però che quella, contro ogni ragione,
La rocca de Albracà tolto li avia,
E che, radotta in quella terra forte,
Dicea volervi star fino alla morte.
Or potrebbe esser che tutta la gente
Andasse a Albraca per porvi l'assedio;
Ché il patre non ha colpa de nïente,
Se la sua figlia ha il re Agricane a tedio.
Ma io m'estimo bene e certamente
Che la fanciulla non vi avrà remedio
A far con questo già lunga contesa:
Meglio è per lei che subito sia resa. -
Dapoi che Astolfo la cagione intende
Perché era quivi la gente adunata,
Subitamente il suo vïaggio prende;
Forte cavalca ciascuna giornata,
Fin che alla rocca di Albraca discende,
Dove stava la dama delicata;
La qual, sì come Astolfo vide in faccia,
Subito lo cognobbe, e quello abbraccia.
- Per mille volte tu sia il benvenuto, -
Dicea la dama - franco paladino,
Che sei giunto al bisogno dello aiuto!
Teco fosse Ranaldo, il tuo cugino!
Questo castello avessi io poi perduto,
E tutto il regno (io non daria un lupino),
Pur che qua fosse quel baron iocondo,
Che più val sol che tutto l'altro mondo. -
Diceva Astolfo: - Io non ti vo' negare,
Che un franco cavallier non sia Ranaldo;
Ma questo ben ti voglio racordare,
Che a la battaglia son di lui più saldo.
Alcuna fiata avemmo insieme a fare,
Ed io gli ho posto intorno tanto caldo,
Che io l'ho fatto sudare insino a l'osso,
E dire: "Io te mi rendo, e più non posso."
E il simil ti vo' dire ancor de Orlando,
Che della gagliardia se tien stendardo;
Ma se mancasse Durindana il brando,
Come a quell'altro è mancato Baiardo,
Non se andarebbe pel mondo vantando,
Né se terrebbe cotanto gagliardo;
Non con meco però, ché in ogni guerra
Che ebbi con seco, lo gettai per terra. -
La dama non sta già seco a contendere,
Perché sapea come era solaccevole;
Né di Ranaldo lo volse reprendere,
Benché odirlo biasmar li è dispiacevole;
E ben ne sapea lei la ragion rendere,
Perché era di quel tempo racordevole
Quando vide a Parigi ogni barone,
E di lor tutti la condizïone.