La dama fa ad Astolfo un grande onore,
E dentro dalla rocca lo aloggiava.
Ed eccoti levare un gran romore,
Per un messagio che quivi arivava;
Di polvere era pieno e di sudore:
- A l'arme! a l'arme! - per tutto cridava.
Dentro alla terra se arma ogni persona,
Perché a martello ogni campana suona.

Eran qui dentro cavallier tre millia,
Dentro alla rocca avea mille pedoni.
La dama con Astolfo se consiglia,
E con li principal de' soi baroni;
Ed alla fine il partito se piglia
De diffender le mure e' torrïoni.
La terra è di fortezza sì mirabile,
Che per battaglia al tutto è inespugnabile.

Delibrâr che la terra se guardasse,
Che per ben quindeci anni era fornita.
Diceva a loro Astolfo: - Se io pensasse
Perdere un giorno qui della mia vita,
Che quei re ad uno ad un non assaggiasse,
Voria che l'alma mia fosse finita;
Ed allo inferno me voglio donare,
Se questo giorno non li faccio armare. -

E così detto le sue arme prende,
Sopra Baiardo al campo se abandona;
Dice cose mirabile e stupende,
Da far meravigliare ogni persona.
- Forsi ch'io vi farò sficar le tende,
Soletto come io son! - così ragiona.
- Nïun non camparà, questo è certano:
Tutti vi voglio occider di mia mano. -

Vintidue centenara di migliara
De cavallier avia quel re nel campo;
Turpino è quel che questa cosa nara.
Astolfo non li estima, e getta vampo.
Dice il proverbio: "Guastando se impara":
Cadde quel giorno Astolfo a tale inciampo,
Che alquanto se mutò de opinïone,
Governandosi poi con più ragione.

Ma nel presente tutti li disfida,
Chiamando Radamanto e Saritrone;
Polifermo ed Argante forte iscrida,
E Brontino dispreza e Pandragone;
Ma più Agricane, che de li altri è guida,
E il forte Uldano, e il perfido Lurcone;
Con quisti il re di Sueza, Santaria:
A tutti dice oltraggio e vilania.

Or se arma tutto il campo a gran furore.
Non fo mai vista cosa tanto oscura
Quanto è quel populaccio, pien de errore,
Che de un sol cavallier se mette in cura.
Tanto alto è il crido e sì grande il romore,
Che ne risuona il monte e la pianura,
E spiegan le bandiere tutte quante;
Dece re insieme a quelle vanno avante.

E quando Astolfo viderno soletto,
Pur vergognando andârli tutti adosso;
Argante imperator, senza rispetto,
Fuor della schiera subito se è mosso.
Largo sei palmi è tra le spalle il petto:
Mai non fo visto un capo tanto grosso;
Schizzato il naso e l'occhio piccolino,
E il mento acuto, quel brutto mastino.

E sopra un gran destrier, che è di pel sôro,
Con la testa alta Astolfo riscontrava.
Il franco duca con la lancia d'oro
For della sella netto il trabuccava:
Ben fe' meravigliar tutti coloro.
Il forte Uldano sua lancia abassava,
Che fu segnor gagliardo e ben cortese:
Cugin carnale è questo de il Danese.

Astolfo con la lancia l'ha scontrato;
Disconzamente in terra il trabuccava.
Ciascun dei re ben se è meravigliato,
E più l'un l'altro già non aspettava.
Movesi un crido grande e smisurato:
- Adosso! adosso! - ciascadun cridava;
E tutti insieme quella gran canaglia
Contra de Astolfo viene alla battaglia.