L'un l'altro in fronte a l'elmo se è percosso,
Con quelle lancie grosse e smisurate,
Né alcun per questo se è de l'arcion mosso;
L'aste fino alla resta han fraccassate,
Benché tre palmi ciascun tronco è grosso.
Già fan rivolta, ed hanno in man le spate,
E furïosi tornansi a ferire.
Ché ciascun vôle o vincere o morire.
Chi mai vide due tori alla verdura
Per una vacca accesi di furore,
Che a fronte a fronte fan battaglia dura
Con voce orrenda e piena di terrore;
Veggia qui duo guerrer senza paura,
Che non stiman la vita per amore,
Anci hanno e scudi per terra gettati,
E la lor guerra fan da disperati.
Or Sacripante al tutto se abandona,
A due man mena un colpo dispietato.
Gionselo in testa, e taglia la corona:
Lo elmo non può tagliar, ché era incantato.
Ma Agrican il colpisce alla persona,
E sopra a un fianco l'ha forte piagato.
Ciascun di vendicarse ben procaccia,
E rendonsi pan fresco per fogaccia.
Né sì spesso la pioggia, o la tempesta,
Né la neve sì folta da il cel cade,
Quanto in quella battaglia aspra e molesta
Se odino spesso e colpi delle spade.
E' da l'arcion son sangue insin la testa:
Mai non se vide tanta crudeltade.
Ciascun de vinte piaghe è sanguinoso,
E cresce ognor lo assalto furïoso.
Vero è che Sacripante sta pur peggio,
Perché versa più sangue il fianco fore;
Ma lui della sua vita fa dispreggio,
E riguardando Angelica, il bel fiore,
Fra sé diceva: "O re del celo, io cheggio
Che quel ch'io faccio per soperchio amore
Angelica lo veda, e siagli grato;
Poi son contento di morir nel prato.
Io son contento al tutto de morire,
Pur ch'io compiaccia a quella creatura.
Oh se lei nel presente avesse a dire:
'Certo io son ben spietata e troppo dura,
Facendo un cavallier de amor perire,
Che per piacermi sua vita non cura!'
Se ciò dicesse, ed io fossi acertato,
E morto e vivo poi serìa beato."
E sopra a tal pensier tanto se infiama,
Che non fu cor giamai così perverso;
Ad ogni colpo Angelica pur chiama,
E mena il brando a dritto ed a roverso.
Altro non ha nel cor che quella dama:
Piaga non cura, o sangue che abbia perso;
Ma pur il spirto a poco a poco manca,
Benché nol sente, ed ha la faccia bianca.
Li altri re intorno stavano a guardare
La gran battaglia piena di spavento.
A ciascaduno un gran dalmaggio pare
Veder morir quel re pien de ardimento.
Ma sopra a tutti nol può comportare
Torindo il Turco, ed ha molto tormento
Di veder Sacripante in tal travaglia,
Né sa come sturbar quella battaglia.
E tra li cavallier comincia a dire
Come egli è certamente un gran peccato
Veder quel franco re così morire.
E seguia poi: - Ahi populaccio ingrato!
Potrai tu forse con gli occhi soffrire
Di veder morto quel che t'ha campato?
Noi fuggivamo in rotta ed in sconfita:
Esso ce ha reso e l'onore e la vita.
Deh non abbiate di color spavento,
Benché sia innumerabil quantitate.
Diamo pur dentro a lor con ardimento,
Che poco lì faren noi con le spate.
Né vi crediati di far tradimento,
Perché questa battaglia disturbate,
Ché tradimento non si può appellare
Quel che si fa per suo segnor campare.