Acciò che men te incresca il caminare
Per questa selva orribile e deserta,
Una novella te voglio contare,
Che intravenne, ed è ben cosa certa.
In Babilonia potrai arivare,
Dove la istoria manifesta è aperta;
Però (quel ch'io ti narro è veritade)
Fu fatto dentro de quella citade.

Un cavallier, che Iroldo era chiamato,
Ebbe una dama nomata Tisbina;
Ed era lui da questa tanto amato,
Quanto Tristan da Isotta la regina.
Esso era ancor di lei inamorato,
Che sempre, dalla sera alla mattina,
E dal nascente giorno a notte oscura,
Sol di lei pensa, e de altro non ha cura.

Vicino ad essi un barone abitava,
Di Babilonia stimato il maggiore;
E certamente ciò ben meritava,
Ché è di cortesia pieno e di valore.
Molta ricchezza, de che egli abondava,
Dispendea tutta quanta in farsi onore;
Piacevol nelle feste, in l'arme fiero,
Leggiadro amante e franco cavalliero.

Prasildo nominato era il barone.
Quello invitato è un giorno ad un giardino,
Dove Tisbina con altre persone
Faceva un gioco, in atto peregrino.
Era quel gioco di cotal ragione,
Che alcun li tenea in grembo il capo chino;
Quella alle spalle una palma voltava:
Chi quella batte a caso indivinava.

Stava Prasildo a riguardare il gioco:
Tisbina alle percosse l'ha invitato;
Ed in conclusïon prese quel loco,
Perché fo prestamente indivinato.
Standoli in grembo, sente sì gran foco
Nel cor, che non l'avrebbe mai pensato;
Per non indivinar mette ogni cura,
Ché di levarse quindi avea paura.

Dapoi che il gioco è partito e la festa,
Non parte già la fiamma dal suo core,
Ma tutto 'l giorno integro lo molesta,
La notte lo assalisce in più furore.
Or quella cagion trova, ed ora questa
Che al volto li è fuggito ogni colore,
Che la quïete del dormir gli è tolta,
Né trova loco, e ben spesso si volta;

Ora li par la piuma assai più dura
Che non suole apparere un sasso vivo.
Cresce nel petto la vivace cura,
Che d'ogni altro pensiero il cor l'ha privo.
Sospira giorno e notte a dismisura,
Con quella affezïon ch'io non descrivo,
Perché descriver non se può lo amore
A chi nol sente e a cui non l'ha nel core.

E correnti cavalli, e cani arditi,
De che molto piacer prender suolia,
Li sono al tutto del pensier fuggiti.
Or se diletta in dolce compagnia,
Spesso festeggia e fa molti conviti,
Versi compone e canta in melodia,
Giostra sovente, ed entra in torniamenti
Con gran destrieri e ricchi paramenti.

E benché pria cortese fosse assai,
Ora è cento per un multiplicato,
Ché la virtude cresce sempre mai,
Che se ritrova in l'omo inamorato:
E nella vita mia già non trovai
Un ben che per amor sia rio tornato;
Ma Prasildo, che è tanto d'amor preso,
Sopra a quel che se stima, fo corteso.

Egli ha trovato una sua messagiera,
Che avea molta amicizia con Tisbina,
Che la combatte e il mattino e la sera,
Né per una repulsa se rafina.
Ma poco viene a dir, ché quella altiera
A preghi né a pietade mai se inchina;
Perché sempre interviene in veritate
Che la alterezza è gionta con beltate.