Quante volte li disse: "O bella dama,
Cognosci l'ora della tua ventura,
Dapoi che un tal baron più che sé te ama,
Ché non ha il cel più vaga creatura.
Forse anco avrai di questo tempo brama,
Ché il felice destin sempre non dura;
Prendi diletto, mentre sei su il verde,
Ché lo avuto piacer mai non se perde.

Questa età giovenil che è sì zoiosa,
Tutta in diletto consumar si deve,
Perché quasi in un ponto ce è nascosa.
Come dissolve il sol la bianca neve,
Come in un giorno la vermiglia rosa
Perde il vago colore in tempo breve,
Così fugge la età come un baleno,
E non se può tenir, ché non ha freno."

Spesso con queste e con altre parole
Era Tisbina combattuta in vano.
Ma, quale in prato le fresche vïole
Nel tempo freddo pallide se fano,
Come il splendido giaccio al vivo sole,
Cotal se disfacea il baron soprano,
E condotto era a sì malvagia sorte,
Che altro ristor non spera che la morte.

Più non festeggia, sì come era usato:
In odio ha ogni diletto, e ancor se stesso.
Palido molto e macro è diventato,
Né quel che esser suolea, pareva adesso.
Altro diporto non ha ritrovato,
Se non che della terra usciva spesso,
E suolea solo in un boschetto andare
Del suo crudele amore a lamentare.

Tra l'altre volte avenne una matina
Che Iroldo in quel boschetto a caccia andava,
Ed avea seco la bella Tisbina;
E così andando, ciascuno ascoltava
Pianto dirotto con voce meschina.
Prasildo sì soave lamentava,
E sì dolce parole al dir gli cade,
Che avria spezzato un sasso di pietade.

"Odeti, fiori, e voi, selve, - dicia -
Poi che quella crudel più non me ascolta,
Dati odïenza alla sventura mia.
Tu, sol, che hai mo del cel la notte tolta,
Voi, chiare stelle, e luna che vai via,
Oditi il mio dolor solo una volta:
Ché in queste voce estreme aggio a finire
Con cruda morte il lungo mio martìre.

Così farò contenta quella altiera,
A cui la vita mia tanto dispiace,
Poi che ha voluto il celo un'alma fiera
Coprire in viso de pietose face.
Essa ha diletto che un suo servo pèra,
Ed io me occiderò, poi che li piace;
Né de altre cose aggio io maggior diletto,
Che di poter piacer nel suo cospetto.

Ma sia la morte mia, per Dio, nascosa
Tra queste selve, e non se sappia mai
Che la mia sorte è tanto dolorosa,
(Né mai palese non me lamentai),
Ché quella dama in vista grazïosa
Potria de crudeltà colparsi assai;
Ed io così crudel l'amo a gran torto,
Ed amarolla ancor poi che io sia morto."

Con più parole assai se lamentava
Quel baron franco, con voce tapina,
E dal fianco la spada denudava,
Palido assai per la morte vicina;
E il suo caro diletto ognior chiamava.
Morir volea nel nome di Tisbina;
Ché, nomandola spesso, gli era aviso
Andar con quel bel nome in paradiso.

Ma essa col suo amante ha bene inteso
Di quel barone il suo pianto focoso.
Iroldo di pietate è tanto acceso,
Che ne avea il viso tutto lacrimoso;
E con la dama ha già partito preso
Di riparare al caso doloroso.
Essendo Iroldo nascoso rimaso,
Mostra Tisbina agionger quivi a caso.