Prasildo di gran doglia sì se accese,
Avendo già sua morte destinata,
Che le dolci parole non intese,
E con mente stordita e adolorata
Un bacio solamente da lei prese,
Poi l'ebbe a suo piacer licenzïata.
E lui se levò ancor dal suo cospetto:
Piangendo forte se pose su il letto.
Poi che Tisbina ad Iroldo fo gionta,
Ritrovandol col capo ancora involto,
La cortesia di quel baron li conta,
E come solo ha un bacio da lei tolto.
Iroldo dal suo letto a terra smonta,
E con man gionte al celo adriccia il volto;
Ingenocchiato, con molta umiltate
Prega Dio per mercede e per pietate,
Che Lui renda a Prasildo guiderdone
Di quella cortesia dismisurata.
Ma, mentre che lui fa la orazïone,
Cade Tisbina, e pare adormentata;
E fece il succo la operazïone
Più presto ne la dama delicata;
Ché un debil cor più presto sente morte
Ed ogni passïon, che un duro e forte.
Iroldo nel suo viso viene un gelo,
Come vede la dama a terra andare,
Che avea davanti a gli occhi fatto un velo:
Dormir soave, e non già morte appare.
Crudel chiama lui Dio, crudel il celo,
Che tanto l'hanno preso ad oltraggiare;
Chiama dura Fortuna, e duro Amore,
Che non lo occida, ed ha tanto dolore.
Lasciàn dolersi questo disperato:
Stimar puoi, cavallier, come egli stava.
Prasildo nella ciambra se è serrato,
E così lacrimando ragionava:
"Fu mai in terra un altro inamorato
Percosso da fortuna tanto prava?
Ché, se io voglio la dama mia seguire,
In piccol tempo mi convien morire.
Così quel dispietato avria solaccio,
Che è tant'amaro e noi chiamiamo Amore.
Prèndeti oggi piacer del mio gran straccio,
Vien, sàziati, crudel, del mio dolore!
Ma al tuo mal grato io ne uscirò d'impaccio
Ché aver non posso un partito peggiore,
E minor pene assai son nello inferno
Che nel tuo falso regno e mal governo."
Mentre che se lamenta quel barone,
Eccoti quivi un medico arivare.
Dimanda di Prasildo quel vecchione,
Ma non ardisce alcuno ad esso entrare.
Diceva il vecchio: "Io, stretto da cagione,
Ad ogni modo li voglio parlare;
Ed altramente, io vi ragiono scorto,
Il segnor vostro questa sera è morto."
Il camarier, che intese il caso grave,
Di entrar dentro alla zambra prese ardire,
(Questo teneva sempre un'altra chiave,
Ed a sua posta puotea entrare e uscire);
E da Prasildo con parlar soave
Impetra che quel vecchio voglia odire.
Benché ne fece molta resistenza,
Pur lo condusse nella sua presenza.
Disse il medico a lui: "Caro segnore,
Sempremai te aggio amato e reverito;
Ora ho molto sospetto, anzi timore
Che tu non sia crudelmente tradito;
Però che zelosia, sdegno ed amore,
E de una dama il mobile appetito,
Ché è raro a tutte il senno naturale,
Possono indurre ad ogni estremo male.
E ciò te dico, perché stamatina
Me fo veneno occulto dimandato
Per una cameriera de Tisbina.
Or poco avanti me fu racontato
Che qua ne venne a te la mala spina.
Io tutto il fatto ho bene indivinato;
Per te lo tolse, e tu da lei ti guarda:
Lasciale tutte, che il mal fuoco l'arda.