Ma non sospicar già per questa volta,
Ché in veritade io non gli diè veneno:
E se quella bevanda forse hai tolta,
Dormirai da cinque ore, o poco meno.
Così quella malvaggia sia sepolta,
Con tutte l'altre de che il mondo è pieno!
Dico le triste, ché in questa citate
Una vi è bona, e cento scelerate."

Quando Prasildo intende le parole,
Par che se avivi il tramortito cuore.
Come dopo la pioggia le vïole
Se abatteno, e la rosa e il bianco fiore;
Poi, quando al cel sereno appare il sole,
Apron le foglie, e torna il bel colore:
Così Prasildo alla lieta novella
Dentro se allegra e nel viso se abella.

Poi che ebbe assai quel vecchio ringraziato,
A casa de Tisbina se ne andava;
E, ritrovando Iroldo disperato,
Sì come stava il fatto li contava.
Ora pensati se costui fu grato!
Colei che più che la sua vita amava,
Vuol che nel tutto de Prasildo sia,
Per render merto a sua gran cortesia.

Prasildo ne fie' molta resistenza,
Ma mal se può disdir quel che se vôle;
E benché ciascun stesse in continenza,
Come tra duo cortesi usar se suole,
Pur stette fermo Iroldo alla sua intenza
Sino alla fine, ed in poche parole
Lascia a Prasildo la dama piacente;
Lui de quindi se parte incontinente.

Di Babilonia se volse partire,
Per non tornarvi mai nella sua vita.
Da poi Tisbina se ebbe a resentire,
La cosa seppe, sì come era gita;
E benché ne sentisse gran martìre,
E fosse alcuna volta tramortita,
Pur cognoscendo che quello era gito
Né vi è remedio, prese altro partito.

Ciascuna dama è molle e tenerina
Così del corpo come della mente,
E simigliante della fresca brina,
Che non aspetta il caldo al sol lucente.
Tutte siàn fatte come fu Tisbina,
Che non volse battaglia per nïente,
Ma al primo assalto subito se rese,
E per marito il bel Prasildo prese. -

Parlava la donzella tutta fiata,
Quando davanti a lor nel bosco folto
Odirno una alta voce e smisurata.
La damigella sbigotita è in volto,
Benché Ranaldo l'abbia confortata.
Or questo canto è stato lungo molto;
Ma a cui dispiace la sua quantitate,
Lasci una parte, e legga la mitate.

Canto decimoterzo

Io vi dissi di sopra come odito
Fu quel gran crido di spavento pieno.
Di nulla se è Ranaldo sbigotito;
Smonta alla terra, e lascia il palafreno
A quella dama dal viso fiorito,
Che per gran tema tutta venìa meno;
Ranaldo imbraccia il scudo, e trasse avante.
La cagion di quella era un gran gigante,

Che stava fermo sopra ad un sentiero,
Dietro a una tomba cavernosa e oscura,
Orribil di persona e viso fiero,
Per spaventare ogni anima sicura.
Ma non smarrite già quel cavalliero,
Che mai non ebbe in sua vita paura,
Anci contra gli va col brando in mano;
Nulla si move quel gigante altano.