Di ferro aveva in pugno un gran bastone,
De fina maglia è tutto quanto armato;
Da ciascun lato li stava un grifone,
Alla bocca del sasso incatenato.
Or, se volete saper la cagione
Che tenea quivi quel dismisurato,
Dico che quel gigante in guardia avia
Quel bon destrier che fu de l'Argalia.
Fu il caval fatto per incantamento,
Perché di foco e di favilla pura
Fu finta una cavalla a compimento,
Benché sia cosa fuora de natura.
Questa dapoi se fie' pregna di vento:
Nacque il destrier veloce a dismisura,
Che erba di prato né biada rodea,
Ma solamente de aria se pascea.
Dentro a quella spelonca era tornato,
Sì come lo disciolse Ferraguto:
Però che in quella prima fu creato,
E chiuso in essa sempre era cresciuto.
Dapoi, per forza de libro incantato,
L'Argalia un tempo l'avea posseduto
Fin che fu vivo; e quello ultimo giorno
Fece il cavallo al suo loco ritorno.
E quel gigante in sua guardia si stava,
Con fronte altiera, crudo e pertinace;
E seco due grifoni incatenava,
Ciascun più ongiuto, orribile e rapace.
Quella catena a modo se ordinava,
Che solver li può ben quando a lui piace;
Ogni grifon di quelli è tanto fiero,
Che via per l'aria porta un cavalliero.
Ranaldo alla battaglia se appresenta
Con grande aviso e con molto riguardo;
Né crediati però che il se spaventa,
Perché vada sospeso, a passo tardo.
L'alto gigante nel core argumenta
Che questo sia un baron molto gagliardo;
Lui scorgìa ben ciascun, se è vile o forte,
Ché a più de mille avea data la morte;
E tutto il campo intorno biancheggiava
De ossi de morti dal gigante occisi.
Or la battaglia dura incominciava:
Preso è il vantaggio e li apensati avisi.
Ma colpi roïnosi se menava:
Non avea alcun di lor festa né risi;
Anci cognoscon ben, senza fallire,
Che l'uno o l'altro qui convien morire.
Il primo feritor fo il bon Ranaldo,
E gionse a quel gigante in su la testa.
Ma egli avea uno elmo tanto forte e saldo,
Che nulla quel gran colpo lo molesta.
Ora esso di superbia e de ira caldo
Mena il bastone in furia con tempesta;
Ranaldo al colpo riparò col scuto:
Tutto il fraccassa quel gigante arguto.
Ma non li fece per questo altro male;
Ranaldo colpì lui con gran valore
De una ferita ben cruda e mortale,
Che fo nel fianco, assai vicina al core.
Subitamente par che metti l'ale,
Rimena l'altra con più gran furore,
Rompe di ponta quella forte maglia,
Sino alle rene passa la anguinaglia.
Per questo fo il gigante sbigotito,
E vede ben che li convien morire;
De le due piaghe ha un dolore infinito,
Né quasi in piedi se può sostenire;
Onde turbato prese il mal partito
Di far con seco Ranaldo perire:
Corre alla tana, e con molto fraccasso
Dislega i duo grifon dal forte sasso.
Il primo tolse quel gigante in piede,
E via per l'aria con esso ne andava;
Tanto è salito, che più non se vede.
L'altro verso Ranaldo se aventava,
Ché di portarsi il baron forse crede;
Con le penne aruffate zuffellava,
L'ale ha distese ed ogni branca aperta;
Ranaldo mena un colpo di Fusberta.