E già non prese in quel ferire errore:
Ambe le branche ad un tratto tagliava.
Sentì quello uccellaccio un gran dolore;
Via va cridando, e mai più non tornava.
Ecco di verso il celo un gran romore:
L'altro grifone il gigante lasciava.
Non so se camparà di quel gran salto:
Più de tre mila braccia era ito ad alto.
Roïnando venìa con gran tempesta:
Ranaldo il vede giù del cel cadere;
Pargli che al dritto venghi di sua testa,
E quasi in capo già sel crede avere.
Lui vede la sua morte manifesta,
Né sa come a quel caso provedere;
Per tutto ove egli fugge, o sta a guardare,
Sembra il gigante in quella parte andare.
E già vicino a terra è gionto al basso:
Poco è Ranaldo da lui dilungato,
Che li cade vicino a men d'un passo.
Percosse al capo quel dismisurato,
E mena nel cader sì gran fraccasso,
Che tremar fece intorno tutto il prato.
Tal periglio a Ranaldo è stato un sogno;
Ora aiutilo Dio, ché egli è bisogno.
Però che quel grifone in giù venìa
Ad ale chiuse, con tanto romore,
Che il celo e tutta l'aria ne fremia,
Ed oscurava il sole il suo splendore,
Così grande ombra quel campo copria:
Mai non fo vista una bestia maggiore.
Turpin lo scrive lui per cosa certa,
Che ogni ala è dece braccia, essendo aperta.
Ranaldo fermo il grande uccello aspetta,
Ma poco tempo bisogna aspettare,
Perché, quale è di foco una saetta,
Cotal vide il grifon sopra arivare.
Lui si stava ben scorto alla vedetta;
Nella sua gionta un colpo ebbe a menare:
Sotto la gorga, a ponto al canaletto
Gionse un traverso, e fese assai nel petto.
Non fu quel colpo troppo aspro e mortale,
Però che al suo voler non l'ebbe còlto;
Quel torna al cel battendo le grande ale,
E furïoso ancor giù se è rivolto.
Gionse ne l'elmo quel fiero animale,
E il cerchio con lo ungion tutto ha disciolto,
Né 'l rompe, né lo intacca, tanto è fino!
Lo elmo è fatato, e già fo di Mambrino.
Su vola spesso, e giù torna a ferire;
Ranaldo non la puote indovinare,
Che una sol volta lo possa colpire.
Stava la donna la pugna a guardare,
E di paura se credea morire,
Non già di sé, che non gli avia a pensare,
Né de esser quivi lei se ricordava:
Del baron teme, e sol per lui pregava.
Per la notte vicina il giorno oscura,
E la battaglia ancora pur durava.
Di questo sol Ranaldo avea paura,
De non veder la bestia che volava;
Onde per trarne fin pone ogni cura,
Ogni partito in l'animo pensava;
Al fin non trova quel che debba fare,
Poi che per l'aria lui non puote andare.
Alfin su il prato tutto se distende
Giù riversato, come fusse morto;
Quello uccellaccio subito discende,
Ché non si fu di tale inganno accorto,
Ed a traverso con le branche il prende.
Stava Ranaldo in su lo aviso scorto;
Non fu sì presto da l'uccel gremito,
Che menò il brando il cavalliero ardito.
Proprio sopra alla spalla il colpo serra,
E nervi e l'osso Fusberta fraccassa;
Di netto una ala li mandò per terra,
Ma per questo la fiera già nol lassa.
Con ambedue le grife il petto afferra,
E sbergo e maglia e piastra tutte passa
E l'uno e l'altro ungion strenge sì forte,
Che pare a quel baron sentir la morte.