Ma non per tanto lascia de ferire;
Or nella pancia il passa or nel gallone,
Di tante ponte, che il fece morire;
Poi si levava in piede quel barone.
Gran periglio ha portato, a non mentire;
Lui Dio ringrazia con devozïone;
E già la dama al palafren lo invita,
Parendo a lei la cosa esser finita.

Ma Ranaldo quel loco avia veduto,
Dove stava il destrier meraviglioso;
Se non avesse il fatto a pien saputo,
Serìa stato in sua vita doloroso.
Era quel sasso orribile ed arguto:
Dentro vi passa il principe animoso;
Da cento passi vicino alla intrata
Era di marmo una porta intagliata.

Di smalto era adornata quella porta,
Di perle e di smiraldi, in tal lavoro
Che non fu mai da uno occhio d'omo scorta
Cosa de un pregio di tanto tesoro.
Stava nel mezo una donzella morta,
Ed avea scritto sopra in lettre d'oro:
'Chi passa quivi, arà di morte stretta,
Se non giura di far la mia vendetta;

Ma se giura lo oltraggio vendicare,
Che mi fu fatto con gran tradimento,
Avrà quel bon destriero a cavalcare,
Che di veloce corso passa il vento.'
Or non stette Ranaldo più a pensare,
Ma a Dio promette, e fanne giuramento,
Che quanta vita e forza l'avrà scorto,
Vendicherà la dama occisa a torto.

Poi passa dentro, e vede quel destriero,
Che de catena d'oro era legato,
Guarnito aponto a ciò che fa mestiero,
Di bianca seta tutto copertato.
Egli come un carbone è tutto nero,
Sopra la coda ha pel bianco meschiato;
Così la fronte ha partita de bianco,
La ungia di dietro ancora al pede manco.

Destrier del mondo con questo si vanta
Correre al paro, e non ne tro Baiardo,
Del qual per tutto il mondo oggi si canta.
Quello è più forte, destro e più gagliardo;
Ma questo aveva leggierezza tanta,
Che dietro a sé lasciava un sasso, un dardo,
Uno uccel che volasse, una saetta,
O se altra cosa va con maggior fretta.

Ranaldo fuor di modo se allegrava
Di aver trovato tanto alta ventura;
Ma la catena a un libro se chiavava,
Che avea di sangue tutta la scrittura.
Quel libro, a chi lo legge, dichiarava
Tutta la istoria e la novella oscura
Di quella dama occisa su la porta,
Ed in che forma, e chi l'avesse morta.

Narrava il libro come Trufaldino,
Re di Baldaco, falso e maledetto,
Aveva un conte al suo regno vicino,
Ardito e franco, e de virtù perfetto;
Ed era tanto de ogni lodo fino,
Che il re malvaggio n'avea gran dispetto.
Fo quel baron nominato Orrisello;
Montefalcone ha nome il suo castello.

Avea il conte Orrisello una sorella,
Che de tutt'altre dame era l'onore,
Perché è di viso e di persona bella;
Di leggiadria, di grazia e di valore
Se alcuna fo compita, lei fu quella.
Essa portava a un cavalliero amore,
Nobil di schiatta e famoso de ardire,
Leggiadro e bello a più non poter dire.

Il sol, che tutto 'l mondo volta intorno,
Non vedea un altro par de amanti in terra
Sì de beltade e de ogni lode adorno.
Una voglia, uno amor questi duo serra,
E cresce ogniora più di giorno in giorno.
Or Trufaldino a possanza di guerra
Mai non puotria pigliar Montefalcone,
Ché sua fortezza è fuor de ogni ragione.