La dama dice de voler morire
Più presto che tradire il suo germano;
Né per minaccie o per piacevol dire
Può far che prenda pur la penna in mano.
Il re fa incontinente qui venire
Un tormento aspro, crudo ed inumano,
Che con ferro affocato e membri straccia:
Quella fanciulla prende nella faccia.

Nella faccia pigliò col ferro ardente:
Non se lamenta lei, né getta voce;
Alla richiesta risponde nïente.
Quel focoso tormento assai più coce
Polindo, che vi stava di presente;
E benché fosse de animo feroce,
E de uno alto ardir pieno in veritate,
Pur cade in terra per molta pietate.

Narrava il libro tutte queste cose,
Ma più destinto, e con altre parole;
Ché vi erano atti con voci pietose,
E quel dolce parlar che usar se suole
Tra l'anime congionte ed amorose.
Eravi che Polindo assai se dole
Più de Albarosa che del proprio male;
E lei fa del suo amante un altro tale.

Legge Ranaldo quella istoria dura,
E molto pianto da gli occhi li cade;
Nel viso se conturba sua figura
Per quell'estremo caso de pietade.
Una altra fiata sopra al libro giura
Di vendicar quella aspra crudeltade;
E torna fuora il cavallier soprano
Con quel destrier che ha nome Rabicano.

Sopra di quello è il cavallier salito,
E via cavalca con la damisella,
Ma poco andâr, e il giorno fo sparito:
Ciascun di lor dismonta dalla sella.
Sotto ad uno albro è Ranaldo adormito,
Dorme vicino a lui la dama bella;
Lo incanto della Fonte de Merlino
Ha tolto suo costume al paladino.

Ora li dorme la dama vicina:
Non ne piglia il barone alcuna cura.
Già fo tempo che un fiume e una marina
Non avrian posto al suo desio misura;
A un muro, a un monte avria data roina
Per star congionto a quella creatura;
Or li dorme vicina e non gli cale:
A lei, credo io, ne parve molto male.

Già l'aria se schiariva tutta intorno
Abenché il sole ancor non se mostrava;
Di alcune stelle è il cel sereno adorno,
Ogni uccelletto agli arbori cantava;
Notte non era, e non era ancor giorno.
La damisella Ranaldo guardava,
Però che essa al mattino era svegliata;
Dormia il barone a l'erba tutta fiata.

Egli era bello ed allor giovenetto,
Nerboso e asciutto, e de una vista viva,
Stretto ne' fianchi e membruto nel petto:
Pur mo la barba nel viso scopriva.
La damisella il guarda con diletto,
Quasi, guardando, di piacer moriva;
E di mirarlo tal dolcezza prende,
Che altro non vede ed altro non attende.

Sta quella dama di sua mente tratta,
Guardandosi davanti il cavalliero.
Or dentro quella selva aspra e disfatta
Stava un centauro terribile e fiero;
Forma non fo giamai più contrafatta,
Però che aveva forma di destriero
Sino alle spalle, e dove il collo uscia
E corpo e braccie e membra d'omo avia.

De altro non vive che di cacciasone,
Per quel deserto che è sì grande e strano;
Tre dardi aveva e un scudo e un gran bastone,
Sempre cacciando andava per quel piano;
Alora alora avea preso un leone,
E così vivo sel portava in mano.
Rugge il leone e fa gran dimenare;
Per questo se ebbe la dama a voltare,