Ed altramenti sopra li giongìa
Tutto improviso il diverso animale.
E forse che Ranaldo occiso avria:
Molto comodo avia di farli male.
La damisella un gran crido mettia:
- Donaci aiuto, o Re celestïale! -
A quel crido se desta il baron pronto,
E già il centauro è sopra di lor gionto.

Ranaldo salta in piede e il scudo imbraccia,
Benché il gigante l'avea fraccassato;
E quel centauro di spietata faccia
Getta il leon, che già l'ha strangolato.
Ranaldo adosso a lui tutto se caccia:
Quel fugge un poco, e poi se è rivoltato,
E con molta roina lancia un dardo;
Stava Ranaldo con molto riguardo,

Sì che nol puote a quel colpo ferire.
Or lancia l'altro con molta tempesta;
L'elmo scampò Ranaldo dal morire,
Ché proprio il gionse a mezo della testa;
L'altro ancor getta, e nol puote colpire.
Ma già per questo la pugna non resta,
Perché il centauro ha preso il suo bastone,
E va saltando intorno al campïone.

Tanto era destro, veloce e leggiero,
Che Ranaldo se vede a mal partito;
Lo esser gagliardo ben li fa mestiero.
Quello animal il tien tanto assalito,
Che apressar non se puote al suo destriero;
Girato ha tanto, che quasi è stordito.
A un grosso pin se accosta, che non tarda:
Questo col tronco a lui le spalle guarda.

Quello omo contrafatto e tanto strano
Saltando va de intorno tuttavia;
Ma il principe, che avia Fusberta in mano,
Discosto a sua persona lo tenìa.
Vede il centauro afaticarsi in vano,
Per la diffesa che il baron facìa;
Guarda alla dama dal viso sereno,
Che di paura tutta venìa meno.

Subitamente Ranaldo abandona,
E leva dello arcion quella donzella;
Fredda nel viso e in tutta la persona
Alor divenne quella meschinella.
Ma questo canto più non ne ragiona;
Ne l'altro contarò la istoria bella
Di questa dama, e quel ch'io dissi avante,
Tornando ad Agricane e Sacripante.

Canto decimoquarto

Aveti inteso la battaglia dura
Che fa Ranaldo, la persona accorta,
E come la diversa creatura
Prese la dama, e in groppa se la porta.
Non domandati se ella avea paura:
Tutta tremava, e in viso parea morta;
Ma pur, quanto la voce li bastava,
Al cavalliero aiuto dimandava.

Via va correndo lo animal legiero
Con quella dama in groppa scapigliata;
A lei sempre ha rivolto il viso fiero,
Ed a sé stretta la tiene abracciata.
Or Ranaldo se accosta al suo destriero;
Ben se âgura Baiardo in quella fiata,
Ché quel centauro è tanto longe assai,
Che averlo gionto non se crede mai.

Ma poi che ha preso in man la ricca briglia
Di quel destrier che al corso non ha pare,
De esser portato da il vento asimiglia:
A lui par proprio di dover volare.
Mai non fu vista una tal meraviglia;
Tanto con l'occhio non se può guardare
Per la pianura, per monte e per valle,
Quanto il destrier se il lascia dalle spalle.