E non rompeva l'erba tenerina,
Tanto ne andava la bestia legiera;
E sopra alla rugiada matutina
Veder non puossi se passato vi era.
Così, correndo con quella roina,
Gionse Ranaldo sopra una rivera,
Ed allo entrar de l'acqua, a ponto a ponto,
Vede il centauro sopra al fiume gionto.

Quel maledetto già non l'aspettava,
Ma, via fuggendo, nequitosamente
La bella dama nel fiume gettava:
Giù ne la porta il fiumicel corrente.
Che di lei fosse, e dove ella arivava,
Poi lo odirete nel canto presente;
Ora il centauro a quel baron se volta,
Poi che di groppa se ha la dama tolta;

E cominciorno a l'acqua la battaglia,
Con fiero assalto, dispietato e crudo;
Vero è che il bon Ranaldo ha piastra e maglia,
E quel centauro è tutto quanto nudo:
Ma tanto è destro e mastro de scrimaglia,
Che coperto se tien tutto col scudo;
E il destrier del segnor de Montealbano
Corrente è assai, ma mal presto alla mano.

Grosso era il fiume al mezo dello arcione,
De sassi pieno, oscuro e roïnoso.
Mena il centauro spesso del bastone,
Ma poco nôce al baron valoroso,
Che gioca di Fusberta a tal ragione
Che tutto quello ha fatto sanguinoso;
Tagliato ha il scudo il cavalliero ardito,
E già da trenta parte l'ha ferito.

Esce del fiume quello insanguinato,
Ranaldo insieme con Fusberta in mano,
Né se fu da lui molto dilungato,
Che gionto l'ebbe quel destrier soprano;
Quivi lo occise sopra al verde prato.
Or sta pensoso il sir de Montealbano,
Non sa che far, né in qual parte se vada:
Persa ha la dama, guida de sua strada.

A sé d'intorno la selva guardava,
E sua grandezza non puotea stimare;
La speranza de uscirne gli mancava,
E quasi adrieto volea ritornare,
Ma tanto ne la mente desïava
Da quello incanto il conte Orlando trare,
Che sua ventura destina finire,
O, questa impresa seguendo, morire.

Ver Tramontana prende la sua via,
Dove il guidava prima la donzella;
Ed ecco ad una fonte li apparia
Un cavalliero armato in su la sella.
Or Turpin lascia questa diceria,
E torna a raccontar l'alta novella
Del re Agricane, quel tartaro forte,
Che è chiuso in Albracà dentro alle porte.

Dentro a quella citade era rinchiuso,
E fa soletto quella ardita guerra:
Il popol tutto quanto ha lui confuso.
Sappiati che Albracà, la forte terra,
Da uno alto sasso calla al fiume giuso,
E da ogni lato un mur la cinge e serra,
Che se dispicca da il castello altano,
Volgendo il sasso insino al monte piano.

Sopra del fiume ariva la murata,
Con grosse torre e belle a riguardare.
Quella fiumana Drada è nominata,
Né estate o verno mai se può vargare.
Una parte del muro è qui cascata:
Quei della terra non hanno a curare,
Ché il fiume è tanto grosso e sì corrente,
Che di battaglia non temon nïente.

Ora io vi dissi sì come Agricane
Fa la battaglia dentro alla citate;
Re Sacripante è con seco alle mane,
Con gente della terra in quantitate.
Prove se fier' dignissime e soprane
Per l'uno e l'altro, e sopra l'ho narrate;
E lasciai proprio che una schiera nova
Dietro alle spalle de Agrican se trova.