Un uscio laterale, quello che metteva all'appartamento privato della Duchessa, s'aperse a un tratto con impeto e un bellissimo giovane entrò senza preamboli, seguito da un mops corpulento.

S'arrestò sulla soglia, perplesso, evidentemente confuso. Non si aspettava di trovar visite, a quell'ora, nel salotto della Duchessa. Quel giovane somigliava molto al ritratto sul quale lo sguardo di Marina Negroni si era posato sì efficacemente, nel colloquio di poc'anzi, colla madre sua. E davvero egli poteva somigliare a quel ritratto, n'era semplicemente l'originale.

La contessa Elisa tacque ed arrossì. Sapeva... La sua testina ebbe un involontario moto di alterigia, ed ella s'alzò di scatto. Marina si abbottonava i guanti. La Duchessa aveva per un secondo fulminato il giovane collo sguardo. Ma già ella rideva, il più normale, schietto riso del mondo.

— Ma bravo, Dino, che bella maniera di capitare così, come una bomba, con quel vostro orribile Brusco! Venite dalla scuderia, scommetto. Come sta Rudygore?

— Rudygore?... Ah!... sicuro. Meglio, oh bene... bene — rispose il giovane, cercando di rimettersi in carreggiata, ed avanzandosi per salutare la Contessa, che pareva restringersi nella persona, con un moto involontario.

— Ah! — sclamò la Duchessa con un sospiro di sollievo. — S'immagini — continuò vivacemente, rivolgendosi ad Elisa — uno dei nuovi cavalli da corsa, testè giunti da Londra, e che si era ammalato, ma sul serio, sa? Siamo stati tanto in pena! Pippo non si muove dalla scuderia, e ogni tanto mi manda le notizie. Bene dunque, Dino, proprio bene? Il veterinario è contento?

Il giovane afferrò la pertica e si tenne a galla con bastante disinvoltura. Incominciò, infiorandola di termini tecnici, una confortante relazione sul verdetto del veterinario.

Ma alla prima pausa, Elisa, che non si era rimessa a sedere, si rivolse quietamente a Marina.

— Si fa tardi, cara, vogliamo andare?

La giovane assentì, colla sua calma imperturbabile e le due signore si congedarono dalla Duchessa.