— Ebbene... mie care, divertitevi, — disse questa maternamente — spero che il tempo non vi farà dei brutti scherzi. No, Dino, non vi lasciate venir la tentazione. Si tratta di arte, non ci capireste nulla, mio caro. Marina invece e la Contessa se la godranno un mezzo mondo.
Le due signore si strinsero la mano, naturalmente. Ma forse più delle altre volte, quella di Elisa rimase fredda ed inerte nel momentaneo contatto. E la Duchessa se ne avvide.
Fe' cenno a Dino che accompagnasse le due signore sino all'anticamera. Poi queste scesero sole, in silenzio, il grande scalone di marmo.
Marina era alquanto pallida.
L'elegante vittoria della Contessa attendeva dinanzi al portone. Presso i cavalli e tutto immerso nella sapiente contemplazione di essi, stava un uomo piccolo, d'aspetto triviale, vestito d'un tout-de-même a larghi scacchi bianchi e neri e col volto ornato di due classiche fedine da cocchiere. Quell'uomo non era un cocchiere, era il duca Pippo d'Accorsi, il marito di Ginevra.
Si scosse al sopraggiungere delle due signore, e le aiutò ad entrare in carrozza, con qualche frase di circostanza. Aveva, con un forte accento napoletano, l'abitudine dell'imitazione secca, concisa dell'accento inglese.
— Dembo cattivo... ehm... pista rovinata... Omaggi, Condessa.
La Contessa rispose in fretta con un cenno di capo. Marina si acconciava con garbo nel suo cantuccio.
Dino, frattanto, tornava lentamente, trascinando il passo, verso il salotto della Duchessa, e il suo volto recava palese l'espressione di un intimo turbamento. — Ah! la Duchessa! Ora, bisognava sentirla! Capiva d'aver commesso un grosso marrone capitando così, poc'anzi, nel salotto. Temeva, più del fuoco, la collera imperiosa di quella donna ch'egli amava, poveretto. A modo suo s'intende, ma sinceramente, l'amava.
Entrò adagino, procurando di non far strepito.