Ella non parve avvertirlo. Continuò a scrivere senza degnare il giovane d'uno sguardo. Si udiva, sulla superficie della carta inglese, lo stridere della penna che correva, mossa da una mano irritata. Sulla fronte di quella donna stava una nube di scontento.
Dino era più che mai sgomentato. Quel silenzio non prometteva nulla di buono ed egli avrebbe preferito di sentirla addirittura. Ma non osava parlare pel primo.
Mutò più volte sedile, tentò la lettura d'un giornale. Finalmente si recò presso al caminetto e prese a considerare, come se li vedesse per la prima volta, gl'innumeri gingilli che ne ornavano il davanzale. Tolse in mano un aereo calice del Salviati, e nel riporlo a posto, l'urtò alquanto contro una bomboniera di Vieux-Vienne.
La Duchessa alzò il capo, per muovere un acerbo rimbrotto a quel malaccorto. Ma Dino la guardava sì impensierito, la sua bella e stupida faccia recava un'espressione sì comica di timore, che la Duchessa si sentì quasi disarmata.
— Ebbene, — disse bruscamente, — cosa fate costì?...
— Non s'è sciupato niente... — s'affrettò a rispondere Dino, — tutto incolume... guardi.
— Meno male. Mi pare che ne abbiate fatti abbastanza, oggi, dei guai!
La Duchessa non era più adirata, internamente, con Dino, ma pensava che una lezione non sarebbe inutile.
— Sì, davvero! Avete dimostrato un tatto... una delicatezza! Capitare a quel modo e da quella parte, con quel fare da ragazzaccio, col vostro cane alle calcagna. E cavarsela così bene, poi, con tanta destrezza!...
Sferzato da quell'ironia, il giovane tentò un briciolo di difesa.