Sacha Dzworoff non esitò un secondo. Infilò il suo nel braccio di Carisi e lo trascinò via.
Nell'uscire, sollevò la portiera e s'incontrò con una coppia che si dirigeva in cerca di riposo verso il salottino azzurro. La signora, che conosceva Dzworoff, lo salutò, ed egli la trattenne un istante, proprio sulla soglia, con un piccolo fuoco di fila dei suoi frizzi più gustosi, per impedire il passo quanto più si poteva e lasciar tempo a quegli altri due di riaversi.
Ma l'espediente non poteva prolungarsi troppo, ed egli dovè lasciar libero il varco.
Condusse Carisi in un corridoio, dove in quel momento non c'era nessuno.
— E ora, cosa contate di fare? — gli chiese perentoriamente.
— Di battermi — rispose l'altro — e all'ultimo sangue. — Volete esser mio padrino?
— Perchè no? — disse Sacha ridendo. — Non ho mai potuto soffrire colui... Ma voi, perchè siete così accanito con lui?
— Perchè ha detto la verità — rispose gravemente il montanaro.
***
La contessa Elisa non aveva frattanto seguito l'abitudine del più delle signore in siffatte emergenze; non era svenuta, nè si era lasciata sopraffare da una crisi nervosa. Il suo mento soltanto aveva un leggero fremito, ch'ella dominava, mordendosi il labbro inferiore.