— Andate, Roberto — disse Elisa quietamente.
Egli non rispose. Alzò il capo, la guardò, le sorrise, ed uscì.
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Ghita, la cameriera della contessa Elisa, entrando la mattina susseguente alle otto nella camera della sua signora la trovò già alzata. Lo era da parecchie ore. Stava allo scrittoio, ma non scriveva, nè si occupava altrimenti. Aspettava, soltanto.
Roberto le aveva detto: «alle sette.» Dunque, qualcosa doveva già essere accaduto.
Ma solo verso le otto e tre quarti le fu recato un biglietto scarabocchiato a lapis e pressochè illeggibile. Pure, ella lesse:
«Benissimo tutto, scalfittura per ridere. Verrò più tardi.
«Roberto.»
Al primo momento Elisa non avvertì di provar nulla; nè gioia, nè altro. Una ridda di confuse sensazioni sbalestrò lo spirito di quella donna nelle regioni di un cieco indefinito... Poi, d'improvviso, e sotto l'impressione di qualcosa che somigliava ad uno spasimo nervoso, strinse forte le mani sul petto anelante. E allora soltanto, quasi costretta da quell'atto inconsulto, si sprigionò l'esplosione di una gioia folle, ebbra! Un senso di trasporto inenarrabile si tradusse con un sol grido, con una sola parola:
— Roberto!