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La contessa Rescuati aveva avuto da suo figlio una lettera, in cui egli le diceva succintamente dell'accaduto e del suo malessere attuale.

Malgrado le assicurazioni fattele da Roberto, ella era in grave pensiero per lui. Sarebbe venuta immediatamente a Firenze, ma l'infermità di cui soffriva ella stessa s'era siffattamente inacerbita in quel tempo che i medici non le permettevano di lasciare il letto. Supplicava Elisa di recarsi presso suo figlio, e di renderle esatto conto dello stato di Roberto. Se no... ella riterrebbe il silenzio di lei quale una tacita conferma dei suoi terrori, e partirebbe... a qualunque costo.

La contessa Elisa aveva contezza precisa della malattia nervosa, che complicata da gravi affezioni reumatiche, aveva fatto della contessa Rescuati una povera invalida. Ravvisò nella lettera un'agitazione che Roberto non aveva certamente creduto di eccitare a tal grado, e pensò che, oltre ai rischi del viaggio per Tecla stessa, la visita di una donna sì evidentemente turbata d'animo non avrebbe certo giovato alla calma richiesta dallo stato di Roberto. Si ricordò che aveva promesso a Tecla di far le sue veci presso il figliuolo. Imprudente... ah, quanto imprudente... ma pur sacra, quella promessa!

Passò un'ora, sola, in camera sua, in intima communione con sè stessa, di fronte all'esatta idea di ciò che doveva essere la sua linea di condotta. Alle più virili facoltà dell'animo suo chiese consiglio. L'ora susseguente la trovò calma e risoluta nella sua determinazione.

Si vestì, e fece attaccare il suo coupé. Passò all'Ufficio telegrafico e vi lasciò un telegramma per Tecla, così concepito:

«Rassicurati. Nessun pericolo. Mi reco presso Roberto; scriverò ogni giorno. In tutto e per tutto, abbi calma a fiducia.

«Elisa.»

Un quarto d'ora dopo, il suo coupé si fermava al portone della casa ove dimorava Roberto. Ella diede ordine al cocchiere che ripassasse fra tre ore.

Salì la scala angusta che metteva al piccolo appartamento di Roberto, indicatogli dalla portinaia. Non ebbe d'uopo di suonare il campanello. Il cameriere era uscito, lasciando l'uscio socchiuso. Ella penetrò in una piccola anticamera, e di là in un salottino; tipo, a lei nuovo affatto, dei salotti di appartamenti ammobigliati. Non era certo dei peggiori, poichè Roberto pagava una elevata pigione, ma allo squisito gusto della Contessa, alla sua assoluta abitudine di ricercate eleganze intime, tornò alquanto ingrata la vista di quella stanza senz'alcun carattere proprio, coi mobili di velluto stinto, col volgare addobbo, privo di stile, colla convenzionalità plateale degli accessori. Un odore stantìo di fumo di sigarette riempiva l'ambiente, oscurato dal giallore polveroso delle cortine. Nel caminetto era spento il fuoco; sui tavolini, sulle odiose consolles dorate s'era adagiato un alto strato di polvere.