Elisa si arrestò esitante, colpita da uno nuovo e bizzarro sgomento dinanzi ad una porta che suppose dovesse condurre alla camera da letto di Roberto. Il cuore le batteva forte, mentre ella batteva dolcemente a quell'uscio...
Uno stizzoso abbaiare di piccolo cane le rispose dall'interno. Ella attese invano, ripetendo colla nocca delle dita guantate la domanda d'ammissione. Per un istante un desiderio la colse, quasi irresistibile, di non insistere, di tornare indietro. L'abbaiamento si ripetè più irritato che mai, ma ad esso si unì un fioco avanti, che troncò l'esitazione di Elisa.
Aperse e s'inoltrò nella stanza.
Roberto s'era rizzato a sedere sul letto. Era acceso in volto e si sosteneva penosamente sul braccio sano.
Ella si fermò un secondo ancora sull'uscio... Ma egli aveva avuto, vedendola, un'esclamazione di gioia sì viva, sì irrompente che ogni dubbio cessò in lei. Si avanzò dolcemente sino al suo capezzale.
— Sono qui — disse con grande semplicità. — La mamma è inquieta ed io le ho promesso di far le sue veci.
Il cane, che Roberto aveva fatto tacere con una energica scopola, s'era rifugiato sul copripiede del padrone, e di là, raggomitolato nella sua bellissima pelliccia bianca di lupetto, guardava sagacemente, studiandola, quella nuova visita capitata al padrone. Ma dopo un istante, soddisfatto del suo esame, cessò di brontolare. Depose il muso appuntato fra le zampette e chiuse gli occhiuzzi sagaci, pensando che poteva dormire tranquillo. E non aveva torto quel monello di Arnetto. Il suo istinto non lo ingannava. Molti potrebbero trovare ch'egli fosse un cane stranamente illuso, giudicando dalle circostanze... Ma no, per l'appunto.
***
Il flemmone si dichiarò davvero e quel povero braccio di Roberto divenne enorme. Il giovane era vinto ormai, sbattuto da quella febbre che lo teneva desto talvolta per notti intere, lasciandolo poi in uno stato di abbattimento e di semi-torpore che contrastava stranamente coll'irrequietezza d'altri momenti. Non era un malato cattivo, nè intollerante del male, ma si seccava molto della forzata dimora a letto, delle ore solitarie che gli parevano sì lunghe, mentre le idee sfilavano rotte, confuse, come una processione scompigliata da un uragano, in quella sua bella testa febbricitante. Si trovava male, a disagio, in quell'appartamento ristretto, privo delle comodità, delle eleganze a cui era abituato a casa sua.
In tempi normali egli passava ben poche ore della giornata in quelle stanze un po' scure, un po' malinconiche, ma ora soltanto, dacchè non poteva lasciarle, avvertiva quanto gli fossero antipatiche. Il suo domestico fiorentino lo serviva bene e con una certa specie di zelo, ma era giovanotto anche lui e colla testa un po' all'aria, e volentieri, quando lo supponeva addormentato, scendeva chiotto chiotto per andare a far quattro chiacchiere dal tabaccaio del canto o coi cocchieri di una vicina rimessa di vetture. Un altro domestico, fissato per la circostanza, era un fior d'imbecille. L'infermiere, mandato da Serristano, aveva una faccia color di gambero e dei capelli rossi. Ora, Roberto nutriva un odio speciale pei capelli rossi! Non voleva dirlo a Serristano e si faceva continuamente delle ammonizioni; ma tant'è, la notte, alla luce incerta della veilleuse, quella zazzera rossa chinata per lo più, perchè l'uomo scordava talvolta di star desto, gli faceva l'effetto di un incubo.